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Io penalista dico ai colleghi: la fede nel garantismo non ci consente di invocare il pugno duro con la stampa

Mi fa una brutta impressione quando vedo degli avvocati invocare l’inasprimento delle pene: io credo che non sia affare nostro, anzi che strida fortemente con la nostra funzione, con il nostro ruolo e le nostre idee, chiedere pene e galera.
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In un’epoca in cui la grande questione politica è la crisi della democrazia liberale di fronte al populismo, ci si aspetterebbe di trovare l’avvocatura compatta in difesa della prima, ma è lecito nutrire qualche dubbio.

Di recente sono rimasto sorpreso per alcune prese di posizione ufficiali dell’Unione delle Camere penali che proverò a riassumere.

La prima riguarda la famosa (o famigerata) inchiesta “sotto copertura” di Fanpage sulle frange neonaziste contigue alla Lega.

Secondo l’Osservatorio sull’informazione dell’Ucpi, «siamo al cospetto di una nuova pericolosa frontiera del processo mediatico… perché essa è posta oltre confine ed è in grado di oltrepassare qualsiasi limite, tra quelli finora ipotizzati dal legislatore al fine di salvaguardare il principio della presunzione di innocenza». Assume l’Unione che il giornalista che, al pari di un agente provocatore, ha simulato la commissione di un reato sotto le mentite spoglie di un finanziatore del movimento neo- nazista milanese abbia commesso un atto illecito stimolando gli ignari interlocutori a commettere un reato. Come si ricorderà, il giornalista per molto tempo, fingendo di essere un imprenditore di simpatie di estrema destra si è infiltrato in una congrega di nostalgici e dichiarati fascisti alla ricerca di finanziamenti elettorali, anche in nero, per i loro candidati. Sotto tale falsa veste il giornalista ha organizzato una beffa: la consegna agli interessati di una valigetta che invece di mazzette conteneva libri sull’olocausto. Ciò, secondo l’Osservatorio dell’Ucpi, non è accettabile, il che, diciamo può condividersi, quello che stupisce invece sono le conclusioni secondo cui tali condotte vanno sanzionate anche sotto il profilo penale, e a tale scopo l’Unione invoca il capovolgimento della giurisprudenza della Corte di Giustizia europea che in casi simili ha ritenuto di dover salvaguardare come prevalente il diritto alla pubblica informazione.

Invece secondo l’Osservatorio, «se non si porranno sanzioni effettive alla violazione del segreto istruttorio e limiti alle interpretazioni estensive delle norme sovranazionali in contrasto con la nostra Costituzione (come del resto è accaduto in tema di mafia e di prescrizione), il giornalismo d’inchiesta si sostituirà alla magistratura inquirente, con l’unico impellente target di raggiungere lo scoop, senza trovare alcun freno inibitore, neppure le sanzioni penali».

Ora possiamo discutere su tutto ma non certo del fatto che la presenza di movimenti neo-fascisti non sia di pubblico interesse, e quanto è successo a Roma di recente dovrebbe spiegare perché.

Personalmente mi fa una brutta impressione quando vedo degli avvocati invocare l’inasprimento delle pene: io credo che non sia affare nostro, anzi che strida fortemente con la nostra funzione, con il nostro ruolo e le nostre idee, chiedere pene e galera.

Non discuto il diritto di criticare un certo tipo di giornalismo e che ciò vada fatto anche con toni aspri, ma invocare il carcere, via…

Aggiungo che tale atteggiamento non si possa poi tenere quando in ballo ci sia comunque un diritto costituzionale come la libertà di stampa, fermo restando il diritto di criticare e di denunciare fenomeni degenerativi: non occorre certo che io ricordi come di recente la Corte Europea dei Diritti Umani abbia condannato il ricorso alla pena detentiva contro i giornalisti. Qualche anno fa io criticai la decisione della Camera Penale di Roma di denunciare dei giornalisti perché avevano pubblicato delle intercettazioni e dei filmati di pedinamento, piuttosto che denunciare i responsabili degli uffici giudiziari che non avevano vigilato. Quando cominciò il processo ( Mafia Capitale) chiesi direttamente ai Ros chi avesse confezionato gli spezzoni che giravano su tutti i media e venne fuori che esisteva presso gli inquirenti un apposito “ufficio pubblicità”. Credo che questo sia il nostro compito: la denuncia delle storture processuali.

Vi sono poi ulteriori iniziative che hanno aumentato la mia perplessità: ad esempio l’Unione ha recentemente legittimamente manifestato la propria solidarietà ad un autorevole membro della giunta deferito dall’Anm di Palermo ai propri organi disciplinari per lo sfogo contro i magistrati contenuto in una intercettazione di una sua conversazione. Si tratta di un colloquio, senza alcuna rilevanza, con persone che lui aveva conosciuto in ragione della propria attività professionale nell’ambito delle indagini difensive per un clamoroso caso mediatico relativo alla riapertura delle indagini, richiesta dall’avvocato, per la sparizione avvenuta venti anni fa di una minore. La protesta dell’associazione dei penalisti è ampiamente motivata a tutela della riservatezza di uno stimato professionista, ma mi sono stupito che non si sia detto nulla sul massacro mediatico che la stampa in questa occasione ha compiuto in danno dei poveri indagati, alcuni dei quali già prosciolti anni prima. Un’indegna campagna di stampa alimentata da fughe di notizie che la stessa magistratura inquirente denuncia con parole di fuoco come un ennesimo corto circuito di notizie riservate, propalate in modo irresponsabile.

Giustamente l’Osservatorio in un’altra recente vicenda portata all’onore delle cronache da Massimo Giletti — uno dei campioni del giustizialismo casereccio — sui cui è imminente la decisione del giudice sulla richiesta di archiviazione, (come nell’altra vicenda peraltro), evento che il conduttore vorrebbe sventare, ha preso una durissima quanto opportuna posizione di condanna, sia pure senza invocare la galera per i giornalisti.

So benissimo che queste righe non saranno gradite, ma posso assicurare che il loro scopo non è certo quello di irritare colleghi ed amici che stimo quanto di rilevare delle contraddizioni ricorrenti su principi di natura politica e costituzionale nell’avvocatura penalista.

Non debbo dare io lezioni e patenti di garantismo, me ne guardo bene, ma ad esempio, per dirne un’altra, non ho capito le incertezze ed un certo cerchiobottismo sulla condanna di Mimmo Lucano: paradossalmente abbiamo applicato il garantismo ai giudici che lo hanno ferocemente condannato piuttosto che all’imputato, all’insegna pensosa del «dobbiamo aspettare le motivazioni» Qualche anno fa subito dopo l’arresto del sindaco di Riace, quando neanche si era pronunciato il riesame, Massimo Bordin, uno capace di prendere posizione allo stesso modo per Sofri come per Salvini, non ebbe bisogno di leggere alcuna motivazione, né si sognò di definire Lucano come un obiettore civile, non lo confuse con Danilo Dolci, Pannella o Don Milani, disse anzi che era un furbo pasticcione ma denunciò gli arresti come «una campagna di annientamento» contro un’esperienza sociale. Ed allo stesso modo Bordin ha criticato il giustizialismo feroce, da Mafia Capitale ai processi contro Salvini. Allo stesso modo.

Vedete, anche se il terrazzino dei veri garantisti, come dice Sansonetti, è molto piccolo, si può trovar lo stesso il posto e lo spazio per esserlo comunque e dirlo.

 

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