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«L’equo compenso è un atto di giustizia, parte della legge può andare in Manovra»

equo compenso
L'intervista al deputato Mandelli: "Valutiamo col Governo di spostare in legge di bilancio gli aspetti del testo sull'equo compenso che richiedono coperture specifiche".
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«Abbiamo chiari i principi, cerchiamo di garantirli: troviamo il modo per dare una risposta seria e concreta anche sull’equo compenso dei professionisti». L’azzurro Andrea Mandelli è vicepresidente della Camera ed è anche uno dei firmatari, con Giorgia Meloni e Jacopo Morrone, della legge in discussione alla Camera per tutelare appunto le retribuzioni di chi, da libero professionista, lavora per i “committenti forti”. Il testo è calendarizzato per questa settimana in Aula a Montecitorio. L’iter però è stato sospeso in attesa del decisivo parere della commissione Bilancio.

Cosa succede, vicepresidente Mandelli? La legge sull’equo compenso tornerà in commissione Giustizia e finirà su un binario morto?

Tutt’altro. Si è deciso di attendere, e di rinviare anche il parere della commissione Bilancio, perché proprio mentre parliamo è in corso una valutazione politica tra governo e Parlamento sul perimetro del provvedimento. In particolare sulla possibilità di ricalibrarne una parte in Manovra, con l’approvazione di un ordine del giorno che impegni chiaramente il governo a stanziare le risorse necessarie.

Quale parte verrebbe rinviata in legge di Bilancio?

Ci sono tre questioni delicate e diverse fra loro. C’è sicuramente la mancanza della necessaria disponibilità per retribuire entro i parametri forensi gli incarichi legali dell’Agenzia delle Entrate- Riscossione.

I famosi 150 milioni di euro.

Esatto. Poi la relazione tecnica del Mef non sembra chiarire del tutto la sostenibilità delle nuove norme per le società veicolo di cartolarizzazione. Infine ci sono gli effetti del provvedimento sulla Pa generalmente intesa, meno controversi. Perciò, stanti le difficoltà nelle coperture, dobbiamo decidere se accettare il testo che possiamo ottenere subito, con l’esclusione dalle norme degli agenti di riscossione e delle società veicolo di cartolarizzazione, considerandolo come un primo passo, per poi affidare alla legge di Bilancio il compito di raggiungere l’obiettivo che ci siamo dati.

Ma la clausola di invarianza finanziaria può creare problemi anche per gli incarichi professionali affidati da Comuni e Regioni?

Certamente la richiesta, avanzata già a luglio dalla commissione Bilancio, di introdurre nel testo l’invarianza finanziaria è un problema da chiarire. I contatti in corso in queste ore fra il sottoscritto, i colleghi che con me si occupano del provvedimento e il governo servono anche a sciogliere quell’incognita. Io credo che sia doveroso assicurare a un professionista, a maggior ragione se giovane, il diritto a veder ricompensata la propria prestazione professionale anche quando lavora per banche, assicurazioni, imprese di una certa dimensione e pubbliche amministrazioni.

Insomma, la logica darwiniana del “chi fa il prezzo più basso vince” non è più un dogma?

Se adesso vogliamo cercare di favorire la ripresa, risollevare il Paese dopo le sofferenze della pandemia, vogliamo porci o no il problema di quei giovani professionisti che hanno il diritto di poter assicurare il sostentamento alle loro famiglie? Dico di più: vogliamo essere o no concreti rispetto a tutti gli allarmi sulla denatalità? Come può, un giovane professionista, pensare ad avere dei figli, se non gli si consente di guadagnare quanto merita?

Davvero le parti escluse ora saranno recuperate in Manovra?

Anche sul contenuto esatto dell’ordine del giorno si discute fra Montecitorio e governo, con il sottosegretario Sisto particolarmente attivo. È importante che l’impegno da chiedere all’esecutivo sia definito in modo chiaro e condiviso. Domani pomeriggio ( oggi per chi legge, ndr) arriveremo alla conclusione su tutto: in particolare sulla scelta fra differimento di alcune parti della legge e intransigenza nel difendere il testo così com’è. Io penso che sia importante mettere i paletti sulle norme che riguardano banche, assicurazioni e Pa, come sulla possibilità di tutelare con le class action quei professionisti a cui non fosse riconosciuto l’equo compenso, come era già previsto nel ddl a mia firma.

Visto lo sforzo finanziario necessario, sarebbe stato meglio concordare prima, con il governo, gli impegni di spesa?

Intanto il testo è di matrice parlamentare. Il centrodestra nel suo complesso e noi di Forza Italia in particolare teniamo molto alla tutela dei compensi professionali: è una nostra battaglia, e credo sia stato giusto portarla avanti nella sua sede naturale, il Parlamento appunto. La mia originaria proposta, cosi come quella di Giorgia Meloni, risale ai primissimi mesi di questa legislatura.

Si aspetta un interessamento del ministro Orlando, che da guardasigilli aveva promosso la prima legge sull’equo compenso?

Va detta una cosa: la necessità di retribuire il lavoratore, dunque anche il professionista, secondo la qualità e quantità del lavoro svolto, e in modo da consentirgli un’esistenza libera e dignitosa, è sancita all’articolo 36 della Costituzione: non credo che la si possa declinare in base alle tessere di partito.

Ma ci sono state pressioni contrarie di Confindustria, come quattro anni fa?

Non mi risultano interlocuzioni. E ripeto: con questa legge non imponiamo una rivoluzione, semplicemente attuiamo la Carta costituzionale.

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