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Attacco al Viminale, l’ultimo alibi per Salvini e Meloni

Chiedere per l'ennesima volta le dimissioni della ministra Lamorgese serve a distogliere l'attenzione dalla matrice delle piazze no vax
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Per Lega e FdI la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese è un comodo alibi e parafulmine. Attaccare la ministra, chiederne per l’ennesima volta le dimissioni è un modo facile per distogliere l’attenzione dalle collusioni, se non organizzative certamente politico-culturali, con le aree che hanno partecipato alle manifestazioni di sabato.

Per i due partiti della destra quelle manifestazioni rappresentano evidentemente un problema: non possono difenderle, perché una parte sostanziosa del loro elettorato è una destra d’ordine tradizionale, che detesta gli scontri di piazza ed è sempre schierata a fianco delle forze dell’ordine. Però non possono nemmeno attaccarle, perché un’altra parte dell’elettorato, forse minoritaria ma sostanziosa, è invece vicina ai manifestanti e perché buona parte dell’armamentario teorico, se non materiale, lo hanno fornito proprio quei due leader. Concentrare il fuoco sulla ministra permette, almeno nei loro auspici, di cavarsela senza inimicarsi troppo nessuna fascia dei propri rispettivi elettorati. In realtà la gestione dell’ordine pubblico, sabato scorso, è stata egregia, anche se sfregiata da un errore grave, il non aver previsto la possibilità dell’attacco di una sede molto decentrata rispetto al luogo della manifestazione e quindi lasciata sguarnita e non individuata in tempo come possibile obiettivo, probabilmente per le critiche mosse al Green Pass dalla stessa Cgil, quando è apparso chiaro che uno spezzone dei manifestanti si dirigeva in quella direzione.

Si è trattato di un errore serio ma che non dovrebbe far dimenticare il successo della strategia di contenimento nelle vie intorno a palazzo Chigi e Montecitorio, in particolare in via del Corso, cioè nella strada più centrale della Capitale. È evidente che era nell’interesse, se non di tutti i manifestanti almeno dei gruppi organizzati che soffiavano sul fuoco, elevare al massimo il livello dello scontro, trasformare l’intero centro in campo di battaglia, permettere ai media, il giorno dopo, di parlare di vero e proprio attacco frontale alle sedi delle istituzioni. Non era un bersaglio fuori portata. Sarebbe bastata una reazione più agguerrita e meno calibrata della polizia per raggiungerlo.

Luciana Lamorgese è rimasta fedele alla sua strategia. L’intervento delle forze dell’ordine in realtà c’è stato e piuttosto duro ma senza cedere niente alle esigenze sceniche. La polizia ha impedito che i manifestanti raggiungessero le sedi istituzionali evitando però di ingaggiare una battaglia. Da questa punto di vista il modus operandi della ex prefetta è diametralmente opposto a quello dei predecessori provenienti dalla politica, che tendevano soprattutto a massimizzare la resa d’immagine, considerata quella davvero utile a fini di propaganda.In questo caso, però, si crea una sorta di bizzarro corto circuito. Proprio le forze di maggioranza che più difendono la ministra dalle continue bordate di Lega e FdI devono in questo caso massimizzare la gravità dei fatti di sabato, leggere in quelli che, senza il pur gravissimo episodio della Cgil, sarebbero stati tafferugli in una sorta di attacco frontale al cuore dello Stato.

È una strategia comunicativa obbligata, tanto più a pochi giorni dai ballottaggi. Messe così le cose, però, la scelta della ministra appare davvero insufficiente e troppo di basso profilo. Non che la testa della ex prefetta sia davvero in gioco. La sua permanenza al Viminale era stata chiesta a Draghi direttamente dal capo dello Stato, che non ha affatto cambiato idea. Draghi ha detto chiaramente e pubblicamente che la ministra gode della sua piena fiducia. I risultati della sua gestione delle tensioni in fase di pandemia, se paragonati alla situazione in molti altri Paesi europei, sono sin qui più che soddisfacenti.

In compenso è quasi garantito che la ministra sia costretta a rivedere la propria strategia, aumentando non solo il livello della repressione reale ma anche la sua vistosità. Questo chiedono le forze politiche tutte, quelle che attaccano il suo Viminale come quelle che lo difendono. Questo la ministra sarà costretta a fare e questo anzi si sta accingendo a fare con l’annunciata stretta sulle manifestazioni. Ma è lecito sospettare che Luciana Lamorgese non faccia con soddisfazione questo passo. Per chi mira a far impennare la tensione, potrebbe trattarsi di un aiuto prezioso.

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