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Popolare ma con poco consenso: l’enigma Conte agita anche i dem

Conte
L’ex premier Conte ha un altissimo tasso di gradimento che però non riesce a trasformare in voti spendibili sul tavolo da gioco della politica
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I rompicapi di Salvini finiscono per mascherare quello, altrettanto mastodontico, del M5S e dunque di tutto il “nuovo centrosinistra” in eterna formazione. Quel problema ha un nome e un cognome: Giuseppe Conte. In campagna elettorale l’ex premier si è speso con grande generosità. Ha mietuto piazza dopo piazza successi sconosciuti alla stragrande maggioranza dei politici. E’ stato acclamato da folle invidiabili, anzi invidiate, quasi ovunque si sia recato. Però gli applausi non si sono tradotti in voti. Era popolarissimo come premier, “l’uomo più popolare d’Italia” secondo la euforica definizione di Massimo D’Alema. Poi, una volta fuori da palazzo Chigi, l’astro si è un po’ appannato, come era inevitabile, ma il tasso di popolarità è rimasto comunque stratosferico. Però i voti non sono arrivati.

Per i politici è un incidente professionale comune. Alzi la mano chi non ci è mai passato. Ma qui il caso è diverso, perché dal successo o meno del forse leader non dipendevano, come al solito, solo il peso e la rilevanza del suo partito ma, in un certo senso, la sua stessa sopravvivenza. Conte, per i 5S in picchiata, era l’appiglio che avrebbe dovuto magicamente salvarli, la ciambella alla quale attaccarsi per non affogare. Proprio la sua popolarità doveva se non permettere al Movimento di conservare la forza del 2018, miracolo impossibile per chiunque, almeno non andare oltre il dimezzamento dei consensi o giù di lì. Non è ancora detto che le cose non vadano così: tra le politiche e le amministrative, soprattutto per il M5S, c’è una differenza enorme. Ma certo il risultato di questo test mette sul futuro una pesantissima ipoteca.

Le conseguenze dirette sono due: la prima sul Movimento stesso, la seconda sulla coalizione della quale dovrebbe essere parte essenziale. Conte è ormai da mesi un quasi leader, futuro capo, forse dirigente numero uno. La sua leadership però resta teorica ed ipotetica. Un risultato elettorale brillante, sia pure solo nel frenare il crollo, gli avrebbe consegnato il potere effettivo che oggi non ha. Il voto indirizza nella direzione opposta. Rafforza l’opposizione interna, coagulata oggi intorno a Virginia Raggi ancor più che all’eterno indeciso Di Battista. Capita così che un leader chiamato a salvare il partito agonizzante, impegnato in un’operazione politica ambiziosa e decisiva come la costruzione di un nuovo polo di centrosinistra, non abbia neppure la forza di imporre il sostegno elettorale al candidato del partito alleato nei ballottaggi di Torino e soprattutto Roma. Non è una prova di debolezza ma una certificazione di impotenza.

E’ con un partito così debole, lacerato, con pochissime prospettive di anche parziale ripresa che il Pd dovrebbe costruire il nuovo Ulivo. Impresa disperata ma vitale. Dopo aver perso la scommessa veltroniana del “partito a vocazione maggioritaria” il Pd di Letta cerca una via d’uscita nel ritorno alle coalizioni e al bipolarismo. Ma se l’alleato più forte e quasi unico è un cespuglietto, oltretutto diviso e inaffidabile, è segno che quel nuovo Ulivo nasce già aggredito e minato dalla micidiale Xilella.

Bisognerebbe però chiedersi perché la popolarità di Conte, che è reale, non si traduca in consensi. Probabilmente ha ragione Pierluigi Bersani. Conte era ed è amato non in quanto esponente dei 5S, come del resto non era al tempo dei suoi governi, ma come un tecnico al di fuori e al di sopra dei partiti, espressione omogenea e punto di equilibrio di una coalizione. Sarebbe pertanto stato un ottimo candidato premier della futura alleanza, un “valore aggiunto” di notevole portata.

Per occupare quella postazione, la stessa in fondo nella quale si trovava (con tutta la differenza tra i due casi) Prodi, Conte avrebbe dovuto però restare al di fuori delle organizzazioni: né capo dei 5S né fondatore di un suo partito. La scelta azzardata, molto azzardata, di guidare i 5S allo sbando ha eliminato quella possibilità. Il capo di un partito minore non può essere il candidato di tutti. Come leader del Movimento, ma senza il mezzo plebiscito auspicato e sognato, Conte si trova in un labirinto. Ma con lui ci si trovano il M5S e l’Ulivetto intero.

 

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