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L’ultima tentazione di Letta: andare alla urne per fermare i referendum sulla giustizia

Letta
I quesiti promossi da leghisti e radicali fra l’ostilità del Pd di Enrico Letta e di Conte, potrebbero essere il detonatore distruttivo di questa legislatura
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Non è uno scherzo. Non mi sono inventato nessuna macchina del tempo per tornare indietro di 50 anni. E’ soltanto questa maledetta cronaca politica a portarmi indietro di mezzo secolo e a farmi avvertire di certi inconvenienti, chiamiamoli così, i colleghi fortunatamente più giovani, o meno anziani.

O i parlamentari che temono comprensibilmente, direi umanamente, le elezioni anticipate prima di maturare il diritto alla pur modesta pensione, come è stata ridotta, che matura solo sei mesi prima della scadenza ordinaria della legislatura, cioè nell’autunno prossimo. Gli uni -i colleghi che raccontano e commentano ciò che vedono o percepiscono- e gli altri -i deputati e senatori, peraltro già in sofferenza all’idea delle nuove Camere nelle quali non potranno tornare per la forte riduzione dei seggi imprudentemente disposta da loro stessi, o per la crisi elettorale dei partiti o movimenti di appartenenza o provenienza- non possono per niente scommettere sulla mancanza di precedenti per escludere che il prossimo presidente della Repubblica, o quello uscente se confermato, non oserà mai sciogliere le Camere davanti alle quali ha giurato.

“Non si è ma visto nell’intera storia repubblicana- ha appena scritto proprio qui, sul Dubbio, la pur brava Antonella Rampino – un Capo dello Stato il cui primo atto sia lo scioglimento del Parlamento che lo ha eletto”. Eh no, cara Antonella. Io l’ho visto quando tu avevi solo 15 anni, se ho fatto bene i calcoli. Era il mio amico Giovanni Leone, eletto presidente della Repubblica il 24 dicembre 1971, alla 23.ma votazione, insediatosi col giuramento davanti alle Camere il 29 dicembre, trovatosi il 15 gennaio 1972 di fronte alle dimissioni del presidente del Consiglio, e suo collega di partito, Emilio Colombo e costretto poco dopo dalle circostanze a sciogliere le Camere con più di un anno di anticipo rispetto alla scadenza ordinaria. Tra le circostanze non certo minori di quella soluzione traumatica della crisi ci fu la necessità o opportunità, come preferite, avvertita da entrambi i partiti maggiori – la Dc al governo guidata da Arnaldo Forlani e il Pci all’opposizione – di evitare un referendum al quale entrambi non si sentivano allora preparati, preferendo tentare di scioglierne il nodo in sede parlamentare.

Era il referendum abrogativo della legge istitutiva del divorzio, che per le sopraggiunte elezioni anticipate, appunto, slittò al 1974, quando la Dc passata, anzi tornata nel frattempo sotto la guida di Amintore Fanfani, che l’aveva già condotta negli anni Cinquanta, volle affrontare la prova perdendola clamorosamente. Non uno ma un bel grappolo di referendum, appena promossi sui temi della giustizia da leghisti e radicali fra l’ostilità del Pd di Enrico Letta e dei grillini, potrebbe essere a 50 anni di distanza, fra qualche mese, il detonatore distruttivo di questa diciottesima legislatura, la più strana o pazza di tutta la storia repubblicana, anche se il segretario piddino ha appena dichiarato al Corriere della Sera di volerla fare arrivare, nel quadro attuale, all’epilogo ordinario.

Piuttosto che sciogliere i nodi della giustizia con la lama referendaria sulla responsabililità civile delle toghe, sulla separazione delle carriere e altro, in aperta sfida alla magistratura arroccata come una casta nella difesa degli spazi che si è conquistata in anni anche di supplenza politica colpevolmente permessa dalle maggioranze di turno, Pd e 5 Stelle potrebbero preferire il voto anticipato. E tentare di sciogliere quei nodi legislativamente nelle nuove Camere, se mai riuscissero a vincere le elezioni come Enrico Letta ha mostrato di sperare accontentandosi dei risultati del primo turno di elezioni amministrative svoltosi nei giorni scorsi, anzi esultando per il loro esito e proclamandosi vincitore, federatore e quant’altro di un’alleanza di centrosinistra allargata alle 5 Stelle di Conte, o “sperimentale”, come ha preferito definirla Romano Prodi. Che ha intravisto forse qualcosa anche del suo Ulivo o della sua Unione: le combinazioni con le quali nella cosiddetta seconda Repubblica egli è riuscito a vincere le elezioni contro Silvio Berlusconi due volte, pur non riuscendo poi a durare per i cinque anni successivi.

Ma che su questa diciottesima legislatura Draghi avverta già da tempo i rischi di una interruzione, al di là della inesperienza politica che ogni tanto dichiara per la tutt’altra natura della sua lunga e prestigiosa carriera pubblica, si è capito nei giorni scorsi. Egli ha lasciato scorrere senza smentita una notizia di stampa secondo cui, lasciando disporre in Consiglio dei Ministri una norma facilitativa dei referendum in cantiere, cui si sono aggiunti quelli sulla cannabis e sul fine vita, avrebbe ricordato agli interlocutori il rischio che ogni prova referendaria corre di essere rinviata in caso di elezioni anticipate. Consentitemi adesso qualche ricordo, anche di natura personale, dell’avventura di 50 anni fa di Giovanni Leone negli scomodi panni del carnefice delle Camere che lo avevano appena eletto, al termine di una gara al cui inizio uno solo scommise sulla sua elezione parlandone in privato con amici: l’allora vice segretario della Dc Ciriaco De Mita, della cui corrente peraltro era quanto meno simpatizzante uno dei figli dell’allora senatore a vita e già due volte presidente del Consiglio. Il candidato iniziale della Dc in quella edizione della corsa al Quirinale per la successione a Giuseppe Saragat fu Amintore Fanfani, partito dalla postazione favorevole della Presidenza del Senato ma neutralizzato dai “franchi tiratori” del suo stesso partito, oltre che dall’ostilità esplicita dei socialisti pur alleati di governo dello scudo crociato, che ne temevano, a torto o a ragione, tentazioni golliste.

Tramontata in una decina di votazioni la pur forte candidatura di Fanfani, nella cui scuderia politica peraltro si era formato, il segretario della Dc Forlani tentò di mettere in pista la candidatura dell’altro “cavallo di razza” del partito. Che era Aldo Moro, già segretario del partito e presidente del Consiglio, in quel momento ministro degli Esteri, per il quale erano disposti a votare anche i comunisti ricambiando la “strategia dell’attenzione” da lui dichiaratamente praticata nei riguardi del loro partito dal 1968. Il tentativo di Forlani, oltre che metterlo in conflitto con la propria corrente, s’infranse contro una risicatissima maggioranza dei gruppi parlamentari democristiani, che a scrutinio segreto, votando appunto sul nuovo candidato al Quirinale, gli preferirono Leone per la disponibilità già dichiarata a votarlo da parte dei liberali, dei repubblicani e dei socialdemocratici.Eletto nel giro di due scrutini, avendo mancato il primo nell’aula di Montecitorio solo per un voto, Leone si vide fastidiosamente indicato da alcuni colleghi del suo stesso partito, sino a lamentarsene in una lettera scritta poi dal Quirinale al giornale ufficiale della Dc, come favorito nel segreto dell’urna dai missini.

“Se qualcuno mi ha favorito è stato Babbo Natale”, mi disse in quei giorni Leone alludendo al clima natalizio in cui ormai si era conclusa quella gara, con i parlamentari smaniosi di tornare a casa, E con Moro, peraltro, impegnato in prima persona a telefonare agli amici delusi della sua mancata candidatura perché votassero disciplinatamente per Leone. Di cui Moro era amico a tal punto da lasciarsi andare, nei loro incontri, all’imitazione vocale e mimica dei colleghi di partito più altolocati. Per protesta contro l’elezione di Leone i socialisti si ritirarono dalla maggioranza di centrosinistra. E Forlani, d’intesa -dietro le quinte- con i comunisti, che avevano votato per il divorzio ma conoscevano la contrarietà di una parte della loro base, Forlani prese la palla al balzo per indirizzare la crisi verso le elezioni anticipate allo scopo di rinviare un referendum di cui avvertiva tutti i rischi per lo scudo crociato. E Leone, che già aveva tentato inutilmente come senatore di fare modificare la legge sul divorzio per aggirare la prova referendaria, lo assecondò. I timori di Forlani, poi detronizzato personalmente da Fanfani come segretario, risultarono confermati nel 1974, quando la Dc perse il referendum e man mano tutto il resto, pur nell’arco di una ventina d’anni, e col contributo della ghigliottina giudiziaria delle cosiddette “Mani pulite”.

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