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La condanna di Lucano e la morte del concetto di clemenza

Ci rifiutiamo di credere che i tre giudici del Tribunale di Locri siano stati direttamente influenzati dal “bestiale” Salvini: non è poi così potente. Eppure la decisione è una decisione politica
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Lascia “attoniti” la condanna a più di tredici anni dell’ex sindaco Mimmo Lucano. Utilizziamo qui l’aggettivo usato dal collega Pisapia, difensore dell’imputato, in un suo misurato commento. Ma non basta. Dobbiamo domandarci come possa essere stata pronunciata una tale condanna, che appare ingiusta sia sulla colpevolezza che sul quanto della pena.

In quanto Osservatore Internazionale in svariati processi, per esempio in Turchia, mi è capitato spesso di rimanere “attonito” di fronte a molte sentenze: ad esempio a quella contro un collega condannato esattamente alla stessa pena di Lucano per essere il capo di un’associazione di avvocati che semplicemente aveva fatto bene il suo dovere difendendo oppositori del regime. Ma lì si capisce: le sentenze vengono emesse da giudici espressione dell’esecutivo e, per di più, gli imputati debbono rispondere formalmente anche di terrorismo.

Non così, pensiamo, le cose stiano in Italia. Ci rifiutiamo di credere che i tre giudici del Tribunale di Locri siano stati direttamente influenzati dal “bestiale” Salvini: non è poi così potente. Eppure la decisione è una decisione politica, che risponde ad un certo clima culturale ed alle aspettative di molti e, soprattutto, si allontana da canoni condivisi di diritto. Molti dei comportamenti posti in essere da Lucano possono trovare la loro legittima spiegazione nella necessità di dare uno status ai migranti in attesa di decisione sul loro diritto di asilo, altri (o forse tutti) potrebbero trovarla nello stato di necessità: art.54 del codice penale: “salvare … altri da un pericolo attuale di un danno grave alla persona” e mi si dica se un migrante che sbarca a Lampedusa non continua a vedere tutto il proprio essere, tutta la propria vita in pericolo, anche se ha avuto la fortuna di non annegare come molti altri.

Dunque la sentenza ci colpisce da un lato per la “leggerezza giuridica” con cui si sono sorvolati gli argomenti difensivi (e non c’è da aspettare la motivazione per criticarla) e dall’altro dalla durezza. Ma qui si rientra nella constatazione della morte del concetto di clemenza, che oramai non alberga più nel fare giustizia in Italia.

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