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Resa dei conti nella Lega tra il “partito del Nord” e la corazzata sovranista

Da un lato i seguaci di Giorgetti, potenti nei Palazzi e garanti del patto con Draghi, dall’altro i fan di Salvini, forti nel partito e nelle urne, nostalgici dei porti chiusi
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«A Roma Michetti è una persona competente e per ripartire bisogna farlo dalle periferie e non dai salotti di Calenda. Roma è Tor Bella Monaca, è Rebibbia, è Ostia». Il giorno dopo la tempesta che ha travolto Luca Morisi, il più stretto collaboratore di Matteo Salvini, il segretario della Lega prova a passare al contrattacco. E non solo per difendere l’amico finito nei guai, ma anche per stoppare le manovre di quanti, all’interno del Carroccio, utilizzano l’incidente capitato allo spin doctor del “capitano” per colpire il leader in difficoltà.

Lo scontro è ufficialmente in corso e non si combatte più a colpi di fioretto tra compagni di partito in dissenso, chi può schiera l’artiglieria pesante. Così Salvini replica a brutto muso al suo “vice”, quel Giancarlo Giorgetti sempre più vicino al partito di Draghi che alla Lega, che il giorno prima, sulla Stampa, si era lanciato in apprezzamenti un po’ troppo spinti nei confronti di Carlo Calenda, aspirante sindaco outsider nella Capitale, dando per spacciati i candidati scelti dal centrodestra (e non da lui, ci tiene a precisare) a Roma e Milano. Ma le scaramucce sulla campagna elettorale sono solo in sintomo di una spaccatura sempre più netta e della crisi profonda del salvinismo, che con Morisi perde molto più di un comunicatore aggressivo. In ballo c’è il futuro stesso del Carroccio e del suo leader.

Le due Leghe sono ormai schierate: da una parte Giorgetti e il gruppo dirigente radicato soprattutto nelle Amministrazioni del Nord, dall’altra Salvini e buona parte dei parlamentari e della base. I primi potenti nei Palazzi e garanti del patto di fedeltà a Draghi (che vorrebbero subito al Quirinale per metterlo al sicuro dal logoramento o premier di un nuovo esecutivo dopo elezioni anticipate), i secondi forti nelle urne e nostalgici di quel partito sovranista che tanto piaceva agli italiani pre Covid. E se già prima del “caso Morisi” il ministro dello Sviluppo economico e i generali governatori non perdevano occasione per smarcarsi dallo stile del segretario, ora lo contraddicono apertamente, rinnegando la linea politica “uffciale”. Ma più l’ala governista si allontana dal capo, più il capo alza i toni in campagna elettorale, per reagire all’ammutinamento. Come accaduto ieri a Seveso, quando Salvini ha colto la palla al balzo per attaccare la ministra dell’Interno del suo governo e scagliarsi contro i profughi in perfetto stile “Bestia”: «La sicurezza non è un capriccio. Io non ce l’ho con Lamorgese ma nelle ultime ore a Lampedusa sono sbarcati 700 clandestini. Ne ho le palle piene di mantenerli». Come dire: Morisi è caduto ma linea rimane quella e la detta il segretario. Sui migranti come sul green pass o sul vaccino obbligatorio.

Il leader leghista teme che sia partita la congiura per disarcionarlo. Teme soprattutto l’attivismo di Giorgetti, la sua intimità con Draghi e il suo volto presentabile che farebbero del ministro dello Sviluppo un candidato naturale per la premiership in caso di vittoria del centrodestra alle Politiche. E per far saltare i piani dei ribelli, Salvini potrebbe decidere di bombardare Palazzo Chigi per creare un incidente diplomatico irreparabile subito dopo le Comunali. Molto, se non tutto, dipenderà infatti dal risultato elettorale: se la Lega dovesse mantenere il primato di partito più “amato” dagli italiani e se la coalizione dovesse andare meno peggio del previsto Salvini si sentirebbe legittimato a perseverare sulla linea seguita fino a oggi. Ma in caso contrario il partito chiederebbe un immediato confronto interno, magari tramite congresso, per ridiscutere progetto e guida. Entrambi gli scenari, però, prevedono un’incognita: Salvini stesso. Perché un leader che ha trasformato una piccola forza regionale in una corazzata nazionale difficilmente accetterebbe di lasciare lo scettro senza vender cara la pelle. A costo di un’altra crisi modello Papeete. I leghisti innamorati di Draghi dovrenno tenerne conto.

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