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Giorgio Costantino: «Il diritto civile non dà consensi perciò i partiti lo trascurano»

Il professore di “Roma Tre”: «Il processo civile non consente alla politica di ottenere qualcosa in cambio dai destinatari di una certa disposizione».
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«Eh, dovremmo tornare molto indietro. Legga pure il discorso con cui Ludovico Mortara inaugurò l’anno giudiziario del 1913. Vedrà che sull’inutile complicazione della procedura civile siamo ancora fermi a quella critica». Giorgio Costantino è tra i pochi giuristi italiani che meriterebbero il titolo di filosofo del diritto processuale civile.

Ordinario a Roma Tre, dopo esserlo stato per lustri all’università di Bari, nelle sue pubblicazioni scientifiche non si limita mai alla sola analisi tecnica dei provvedimenti, va oltre. E perciò è abituato a riconoscere il vero grande limite del legislatore in ambito civilistico: «La difficoltà di macinare consensi con una riforma del processo. Soprattutto nel caso di un intervento complessivo come quello sul quale il governo in carica ha appena ottenuto il sì del Senato».

Professore, la giustizia civile non porta voti?

Tutti, a prescindere dall’appartenenza a un gruppo o a una corrente politica, meritano di vedersi assicurata nel processo civile una effettiva tutela. L’imprenditore come il consumatore, la persona abbiente così come chi ha mezzi limitati, la piccola azienda e la grande industria. Ma proprio perché una riforma della procedura civile è trasversale nei suoi benefici come nei danni che può arrecare, attrae poco la politica. I partiti hanno bisogno di misure mirate a tutelare specifici gruppi in modo da poterne ricevere in cambio consenso. Se il destinatario non è specifico ma è costituito dall’intera società, il meccanismo si arena.

È per questo che, come lei ha segnalato anche di recente in un intervento su “Questione giustizia”, il grado di stratificazione normativa, in campo processuale, è così deprimente?

Da una parte abbiamo complessità o paradossi che fanno sorridere, e complicano la vita a utenti della giustizia e operatori del diritto. Dall’altra c’è un quadro normativo riguardante alcune particolari materie che è invece dotato di impeccabile efficienza. E sa perché? Alcune norme tutelano interessi particolari. Vuole degli esempi?

Certo.

Non abbiamo un processo speciale per la tutela del diritto alla salute, che riguarda tutti ed è un bene primario. Ma già nel Rinascimento fu introdotto il processo per ingiunzione: i Medici prestavano soldi a chiunque e serviva uno strumento in grado di recuperarli rapidamente. Nel 1927, col nascere dell’industria automobilistica, servì un processo speciale a tutela dei venditori di autovetture. Francesco Carnelutti spiegò: chi vende automobili non deve correre il rischio di non essere pagato.

Qual è il nodo lasciato irrisolto dalla riforma appena approvata al Senato?

Si è di nuovo rinunciato a un’opera di pulizia complessiva del sistema normativo. Restano in piedi disposizioni del tipo “fuori dai casi di casi di inammissibilità, l’appello può essere dichiarato inammissibile”. E al momento resta sospesa la questione ancora più urgente da risolvere, quella organizzativa. Più urgente del restyling sulla procedura previsto dalla legge delega votata la settimana scorsa.

Anche il Cnf aveva sollecitato un intervento sull’organizzazione degli uffici piuttosto che sul rito.

C’è assoluta convergenza su un punto, fra gli operatori e gli studiosi del diritto: la giustizia civile potrà essere più efficiente solo grazie a una migliore allocazione delle risorse, a un loro uso più razionale. Sono note le grandi differenze sulle performance dei diversi uffici giudiziari. Dipendono da ragioni anche banali. In alcune sedi i magistrati si fermano appena il tempo di maturare il diritto alla richiesta di trasferimento. Gli esempi classici riguardano alcuni tribunali della Calabria come Crotone. Se ai giudici in servizio in quella sede tu proponi dei nuovi modelli organizzativi, non ti seguono, perché non hanno la prospettiva di rimanere a lungo in quel tribunale. A Milano, dove invece si va per radicarsi, si riesce a ad adottare per esempio un modello standard, in ambito societario, per le azioni di responsabilità nei confronti degli organismi di gestione e di controllo.

Siamo ancora in tempo per generalizzare un processo di riorganizzazione?

Può darsi. Da una parte si è rinunciato alla pulizia normativa per introdurre novità procedurali estemporanee, magari col fine di poter dire all’Unione europea che si è fatto quanto previsto dagli impegni del Piano di ripresa. Non solo: sarà difficile ottenere dai 16.500 assunti a tempo determinato nell’Ufficio del processo un apporto miracoloso. Ma ci sono anche i nuovi concorsi per magistrati e cancellieri.E soprattutto, un progetto di formazione negli uffici, con una disponibilità di 56 milioni di euro: a questo fine è stato emanato un bando rivolto alle università pubbliche, chiamate a un concerto di idee. Può venirne qualche passo avanti.

Però si è forzata la mano su preclusioni e decadenze imposte alle difese in vista della prima udienza.

Ha fatto bene l’avvocatura a farsi sentire. Ma a me sembra che alcune correzioni apportate col testo definitivo siano positive. Sull’articolo 163 terzo comma del codice di rito è venuta meno l’espressione “a pena di decadenza” riferita all’indicazione specifica dei mezzi di prova da parte dell’attore. Del resto, Piero Calamandrei già 80 anni fa aveva messo in chiaro il principio di eventualità che regola l’attività delle parti nel processo.

Anche il Csm ha spiegato, nel proprio parere sul ddl civile, che è illusoria l’idea di abbreviare i tempi con la concentrazione delle attività nella fase introduttiva.

Già nel 1940 la relazione al codice firmata da Dino Grandi, ma scritta in realtà da Calamandrei, avvertiva che la procedura deve essere uno strumento flessibile. Dopodiché i migliori giudici possono sì ripartire la gestione del ruolo, e distinguere fra le cause da mandare subito in decisione, quelle per cui chiedere la consulenza tecnica e le altre su cui avviare l’istruttoria. Possono adottare un criterio sequenziale, secondo il sistema seguito negli anni scorsi a Napoli e Milano, quando il ruolo è molto consistente. Ma c’è un limite per ciascun magistrato, come previsto anche da quei modelli: puoi gestire 500 cause, non 2.000. Quindi certo, come dice il Csm, oltre un determinato limite il carico non può andare e non resterà che rinviare.

La politica avrebbe dovuto porsi questi problemi, anziché rimescolare la procedura?

Nel 1990 con alcuni amici trovammo un sistema: la segnalazione differenziata degli emendamenti. A ciascun gruppo parlamentare inviammo proposte diverse, in modo che ciascuno fosse motivato nel rivendicare un proprio particolare merito. Funzionò.

Insomma, la politica senza tornaconti non si attiva, nonostante sulla giustizia civile si regga il principio di solidarietà democratica.

La giustizia civile è una cattedrale, e spetta a ciascuno assicurare il proprio contributo per la manutenzione. Dai professori agli avvocati, dai cancellieri ai magistrati. Il futuro non è segnato. Si poteva intervenire in modo diverso per migliorare il sistema, ma possiamo confidare sulla correttezza di chi il proprio dovere lo ha sempre fatto e continuerà a farlo.

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