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Così la caduta di Morisi può diventare una valanga su Salvini

Salvini e Morisi
Lo spin doctor finito nei guai ha contribuito più di ogni altro al successo del salvinismo, con una comunicazione aggressiva e razzista, contestata da Giorgetti e dai generali leghisti
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I meme con Matteo Salvini che citofona a casa di Luca Morisi per chiedere «scusi, lei spaccia?» sono l’ultimo dei problemi per la Lega e per il suo segretario. Del resto la propaganda del “capitano”, la “Bestia”, ne ha fatte di molto peggio per buttarla sul vittimismo e adesso non resta che raccogliere i cocci. E non quelli della carriera frantumata di Morisi, innocente fino a prova contraria anche se già finito nel tritacarne dello “sputtanamento”, ma quelli del leader politico costruito dallo spin doctor, quelli di un capo sempre più isolato all’interno del suo partito e braccato dall’ascesa degli alleati-competitor.

Perché Morisi, politicamente, non è uno qualunque. È l’uomo che più di ogni altro ha reso possibile il successo “di pubblico” del salvinismo: gli attacchi alle Ong, i «bacioni» agli avversari, i messaggi razzisti nei confronti dei profughi, i gattini, i “vinci Salvini”, i rosari ostentati in piazza e in Parlamento, i troll sui social a brutalizzare i rivali col sostegno di centinaia di migliaia di fan, gli ammiccamenti ai no vax e all’estrema destra, le citofonate boomerang a casa di ragazzi accusati di spaccio dai vicini. Tutta farina del sacco di Morisi, che ha così contribuito a portare nelle “casse” della Lega il 34,4 per cento dei consensi alle Europee, trasformando il piccolo Carroccio nel primo partito italiano.

Ma quello stile aggressivo poteva funzionare alla grande fino a due anni fa, prima della pandemia, quando le preoccupazioni degli italiani si concentravano su fantomatiche invasioni africane che avrebbero minacciato la tenuta economica del Paese, la sicurezza delle nostre strade e le radici cristiane dell’Italia. Il Covid ha cambiato le carte in tavola. L’arrivo di Draghi e il conseguente ingresso della Lega nell’esecutivo d’emergenza ha reso quei messaggi inefficaci oltre che insensati. La maggior parte degli italiani ha cominciato ad aver paura di pericoli molto più concreti – la salute, il lavoro, il potere d’acquisto – e chi è rimasto affezionato alla retorica della Patria sotto scacco di immigrati e poteri forti si è rivolto a un altra offerta sul mercato della politica: Fratelli d’Italia.

Ma la “Bestia” ha continuato a lavorare come sempre nella stessa direzione, nella convinzione di poter scimmiottare Giorgia Meloni pur rimanendo nella stanza dei bottoni. Un’intuizione poco felice che ha indebolito il partito, stando almeno alle previsioni dei sondaggi, ed esposto il segretario al fuoco di fila interno. Perché la classe dirigente del Carroccio – i Giorgetti, gli Zaia, i Fedriga – non ha mai digerito il metodo Morisi. E ora che il guru della comunicazione finisce vittima del suo stesso sistema “virale” a leccarsi le ferite rimane solo il suo cliente illustre: Salvini. Che adesso non abbandona «un amico che sbaglia», ostentando «lealtà» nei confronti del suo più stretto collaboratore, ma sa che la salita è appena cominciata. La Lega già attraversata a movimenti tellurici, con i generali pronti a smentire quasi sempre la linea ambigua del capo, pretende un cambio di rotta. La parola “congresso” circola ormai da settimane nelle stanze di via Bellerio e qualcuno potrebbe essere tentato seriamente dalla sfida al segretario ormai azzoppato.

La “caduta” di Morisi è la fine di un racconto che molti dirigenti del Nord aspettavano da tempo. La Lega dei porti chiusi e delle discoteche aperte in piena pandemia non potranno più coesistere. O almeno questo è l’auspicio di quanti, nel partito, hanno stretto un patto di ferro con Mario Draghi. Per la resa dei conti non resterà che attendere meno di una settimana. La notte del 4 ottobre, dopo la chiusura dei seggi per le Comunali, il gradimento della Lega sarà testato col conteggio dei voti reali.

Le chiacchiere sui sondaggi lasceranno il posto al consenso vero. Un sorpasso di Giorgia Meloni, unito a un eventuale disastro della coalizione, potrebbe far precipitare davvero la situazione nel partito. Perché se Giorgetti e gli altri pretenderanno una sterzata in chiave convintamente governista per reggere all’urto, Salvini potrebbe essere tentato dall’opzione opposta per riportare la Lega nel cuore degli italiani. L’ex ministro dell’Interno resta uomo impulsivo e, come insegna il Papeete, è in grado di uscire da una maggioranza alla velocità di un mojito in pieno agosto. Solo che stavolta non ci sarebbe più Morisi a gonfiare le vele della propaganda. La “Bestia” è rimasta fuori gioco.

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