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«Cannabis, il referendum che spaventa la politica, ma il paese reale è pronto»

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Parla l'ex senatore Marco Perduca, Presidente del Comitato Referendum Cannabis promosso dalle Associazioni Luca Coscioni
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«Il dibattito è ormai maturo: tutti gli studi ci dicono che sono quasi sei milioni le persone che fanno uso abitualmente di cannabis. Si tratta ormai di un fenomeno culturale, e non si può porre fuori della legge un fenomeno culturale che non nuoce ad alcuno». Parla l’ex senatore Marco Perduca, Presidente del Comitato Referendum Cannabis promosso dalle Associazioni Luca Coscioni, Meglio Legale, Forum Droghe, Società della Ragione e Antigone, e dai partiti +Europa, Possibile e Radicali italiani.

Sono sorti ostacoli riguardo il percorso referendario sulla legalizzazione della cannabis per uso personale?

Disponiamo di tutte le firme e un po’ meno della metà dei certificati elettorali, quindi, in attesa che da qui a mercoledì notte arrivino gli altri, siamo pronti con tutta la documentazione da consegnare in Cassazione. Chiaramente includeremo le ormai quasi 1.900 diffide ai Comuni, dove certifichiamo che la nostra richiesta non è stata evasa nei termini descritti dalla legge. Ci riserviamo inoltre la possibilità di mettere in mora anche il Ministero dell’Interno, in quanto la Pubblica amministrazione è di sua competenza: dovrebbe assumersi la responsabilità o di commissariare i Comuni, che può fare tramite le Prefetture, oppure di invitare a rafforzare le presenze negli uffici competenti, magari attraverso l’emanazione di un’apposita circolare. Abbiamo inoltre inviato una lettera aperta al Presidente Mattarella, garante della legalità costituzionale, e, dalla mezzanotte di domenica, intrapreso uno sciopero della fame ad oltranza per chiedere la fine di questa discriminazione contro il referendum sulla cannabis.

Avete anche fatto richiesta di non essere discriminati, quanto a tempi, rispetto agli altri referendum?

Certo, perché, mentre per tutti gli altri referendum – tra l’altro partiti molto prima di noi – è possibile consegnare la documentazione entro il 31 ottobre, non comprendiamo per quale motivo noi, che abbiamo iniziato dopo ma che comunque viviamo nella stessa Italia sottoposta alle medesime norme di emergenza pandemica, dobbiamo rimanere ancorati alla decisione della consegna al 30 settembre. Ampliare alla fine di ottobre vorrebbe dire andare incontro ai problemi tecnici riscontrati dalle segreterie comunali, che verrebbero sollevate da eventuali diffide e denunce. Per sanare questa situazione bisognerebbe che il governo adottasse un decreto legge e estendesse anche ai referendum presentati oltre il 15 giugno la possibilità di consegnare la documentazione fino al 31 ottobre.

Parliamo dello strumento utilizzato. Trova eccessive le polemiche sollevate intorno alla raccolta online delle firme?

Più che eccessive le trovo lunari. La Repubblica italiana ha dovuto modificare alcune leggi perché le Nazioni unite hanno ritenuto, a seguito di un ricorso di Mario Staderini inoltrato nel 2015 dopo che una campagna di raccolta firme nel 2012 non era andata a buon fine, che da noi esistono delle leggi che creano irragionevoli ostacoli alla partecipazione diretta e democratica della cittadinanza, consentita dall’articolo 75 della Costituzione. Si è quindi ampliata la platea di chi può autentificare le firme: prima spettava solo ai funzionari di partito distaccati nei Consigli comunali o agli assessori e ai sindaci, anch’essi espressione dei partiti, mentre adesso possiamo contare sui parlamentari, sui consiglieri regionali e, soprattutto, sugli avvocati. Visto che l’identità digitale è stata riconosciuta come valida dalla Pubblica amministrazione e che esiste la Posta elettronica certificata, il governo ha adottato una legge per cui, dal 2022, sarebbe stato possibile raccogliere le firme online, e nessuno si è opposto né a livello parlamentare né costituzionale. Noi Associazione Luca Coscioni abbiamo chiesto al ministro Colao di assumerci i costi di questa possibilità, e questi ha accettato. Ci stiamo muovendo nella direzione fissata dal diritto internazionale.

Perché legalizzare la produzione di cannabis per uso personale?

Se si chiedesse a un proibizionista: “Lei, che è contrario alla legalizzazione della cannabis, ritiene che il carcere sia la modalità più adeguata ?”. A trent’anni dall’adozione della legge Iervolino/Vassalli, che il carcere costituisca la risposta giusta oggi non l’ho mai sentito dire nemmeno da Gasparri e Giovanardi. Come si fa, allora, a non far entrare qualcuno nel circuito penale? Eliminano le sanzioni penali. Abbiamo anche deciso di cancellare la sanzione amministrativa della sospensione della patente, pur mantenendo il reato di guida in stato alterato. La legalizzazione porterebbe due conseguenze significative: allegerire l’ordine pubblico e la giustizia, evitando di distrarre risorse per questioni più importanti, e conoscere cosa si compra quando si acquista una pianta o, ancora meglio, di poterla coltivare a casa.

Come commenta l’opposizione del centrodestra o anche la posizione attendista di altre forze politiche?

Ci aspettavamo un’opposizione molto più costante e aggiornata ma, a parte il solito Gasparri, un post di Tajani che sembrava scritto nell”85 o i tentativi di Letta e Conte di scansare l’argomento non ho visto granché . Salvini, poiché sta promuovendo dei referendum, ha detto che non ha nulla contro il quesito malgrado poi si schieri contro poiché “la droga è sempre morte”. Nessun grande partito ha fatto propria la campagna, a differenza dei cosiddetti influencer, di alcuni cantanti e di Roberto Saviano, che ringraziamo. L’unica personalità politica che ha invitato a firmare è stato Beppe Grillo, non certo il M5S, e Conte che ha detto di essere a favore del’ uso di cannabis solo a scopo terapeutico. Permane un forte scetticismo, basato sulla percezione di una realtà sulla quale il popolo reale è molto più aggiornato del Paese istituzionale.

Considera una certezza che il referendum si terrà?

Non è detto che tutti i Comuni ci rispondano, o che lo facciano in tempo, vedremo come denunciare il tutto. Poi a gennaio c’è il vaglio della Corte costituzionale. Speriamo per il meglio, grazie alla concomitanza con i referendum sulla giustizia, sull’eutanasia legale e sulla caccia. Ci aspettiamo una grande partecipazione giovanile. Quello che ancora manca è l’attenzione mediatica: la notizia è stata data quando sono state raccolte le firme, ma non quando ha avuto inizio la campagna.. Quando si è servizio pubblico, e si ha accesso a finanziamenti pubblici, si deve fare informazione, mentre invece si dedicano intere puntate di trasmissioni televisive a un referendum su un decreto legge che non raccoglie le firme neanche con lo Spid, ovvero quello sul Green Pass, pur di inseguire l’audience.

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