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Bene la sentenza sulla trattativa. Ora cancelliamo la cultura del sospetto

Il processo sulla trattativa aveva una valenza politica molto più ampia del semplice ventaglio di imputati. Veicolava una lettura che autorizzava a immaginare condizionamenti innominabili e inaccettabili che avevano viziato e male indirizzato il corso degli eventi dopo la tempesta del 1992- 93
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La sentenza di assoluzione nel processo sulla “trattativa Stato- mafia”, non inattesa dopo l’assoluzione di Calogero Mannino nello stesso procedimento ma ugualmente deflagrante, segna o può segnare un punto di svolta nella lettura storica del passato recente italiano e nella cultura politica del Paese.

Il processo sulla trattativa aveva una valenza politica molto più ampia del semplice ventaglio di imputati. Proponeva, senza dichiararlo apertamente, una lettura precisa della nascita della seconda Repubblica e della genesi del ventennio segnato dalla straripante presenza di Silvio Berlusconi.

Veicolava una lettura che autorizzava a immaginare condizionamenti innominabili e inaccettabili che avevano viziato e male indirizzato il corso degli eventi dopo la tempesta del 1992- 93. Spostava il confronto politico dal piano proprio delle visioni e dei progetti diversi a quello, di tutt’altra natura, tra il malaffare da una parte e l’onestà e la legalità dall’altro.

Si potrebbe pensare che, avendo ormai Berlusconi perso la centralità che aveva, la faccenda sia di interesse esclusivamente storico, non certo secondaria ma relativamente poco influente sulle dinamiche politiche del presente, dopo averle pesantemente condizionate in passato. Non è così o lo è solo in parte. Silvio Berusconi può essere un comprimario sul palco della politica attuale, il suo partito, da nave ammiraglia, può essersi trasformato in fanalino di coda della coalizione di destra ma quella coalizione resta una sua creazione, ha incisa nel dna l’eredità genetica della destra della seconda Repubblica. Dunque l’ombra di quella nascita tenuta a battesimo da poteri criminali e di una crescita accompagnata per mano da quegli stessi poteri sulla strada per loro più conveniente ha continuato sin qui a gravare anche sulla destra in larga parte “deberlusconizzata” di Salvini e Meloni.

È possibile ora immaginare una tenzone politica anche durissima ma combattuta sul terreno proprio, quello dei progetti diversi, magari opposti, anche inconciliabili ma senza scivolare nella criminalizzazione degli avversari, senza poter giocare la carta facile e quasi sempre bugiarda della moralità contro l’ignominia banditesca. Sarebbe un passo avanti enorme perché il risultato di quello slittamento dello scontro politico su un terreno improprio, spesso scelto a freddo come comoda scorciatoia, è stato disastroso da tutti i punti di vista. Ha svilito, squalificato e delegittimato la politica senza renderla nemmeno di un milligrammo più etica.

La sentenza di giovedì scorso, soprattutto se abbinata a quella altrettanto clamorosa su Mafia Capitale, ha però una valenza se possibile ancora più vasta e che chiama in causa l’intera cultura politica, non solo giudiziaria, dell’Italia degli ultimi trent’anni.

In queste due maxi- inchieste, di gran lunga le più importanti e significative dell’ultimo decennio, le convinzione dei pm, le loro ipotesi, i loro sospetti sono state molto più determinanti nella costruzione delle prove che non gli elementi concreti a sostegno.

Sono stati tirati per i capelli alcuni elementi mentre altri sono stati sottovalutati o ignorati. La stessa logica è stata molte volte spensieratamente travolta e stravolta in nome delle “intime convinzioni” degli inquirenti.

A ogni critica, per decenni, si è risposto che bastava difendersi “nel processo” invece che “dal processo”. In apparenza le due sentenze in questione sembrano confermare la perentoria affermazione, però solo in apparenza. Processi che si prolungano per anni e anni, accompagnati da inchieste televisive, film e docufilm, migliaia di articoli impattano e modificano la disposizione dell’opinione pubblica e condizionano l’interpretazione della realtà in relativa indipendenza dalla sentenza finale.

Quella logica del sospetto che vale di per sé come mezza condanna si estende poi al di là delle aule di tribunale, permette di reclamare( e ottenere) dimissioni non solo in assenza di prove ma persino di capi d’accusa penalmente rilevanti. Poche cose hanno inquinato la vita pubblica del Paese negli ultimi decenni più di questa cultura, spalleggiata, adottata e condivisa quasi sempre dai media. Non è escluso che quella parabola sia arrivata al suo punto di caduta.

 

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