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Altro che “fuga” dalla professione: per gli avvocati l’accesso ai concorsi è una chance

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Altro che fuga dalla professione: il numero di avvocati non è diminuito, ma sia pur con ritmi ben diversi dal più recente passato, aumenta.
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di Domenico Monterisi, avvocato, Iuslaw Webradio

Il Dubbio ha dedicato nelle ultime settimane di agosto molto spazio al tema della (presunta) “fuga” degli avvocati dagli Albi, intervistando presidenti degli Ordini e altri esponenti della politica forense nazionale. Dell’argomento si sono occupate anche altre testate e si è assistito ad un distopico succedersi di titoli contrastanti: da una parte la “fuga”, trattata come se si fosse al cospetto di una delle sette piaghe d’Egitto, dall’altra le statistiche, a volte impietose, sul numero (ancora) enorme di iscritti agli albi e sulla spaventosa proporzione fra cittadini e avvocati, soprattutto in alcune regioni italiane del mezzogiorno. Allora è opportuno fare chiarezza: non c’è una “fuga” dagli albi.

Il numero di avvocati, come si legge nei dati di Cassa Forense e nel rapporto Censis che la stessa Cassa commissiona annualmente al prestigioso istituto di ricerca, non sono diminuiti, ma sia pur con ritmi ben diversi dal più recente passato – e ci credo! – aumentano. L’ultimo aumento è, in realtà, di poche decine di iscritti, ma mancano all’appello coloro i quali supereranno l’esame del Dicembre 2019, che, a causa della pandemia, è stato dapprima rinviato e poi sconvolto nelle sue modalità di svolgimento ed è tuttora in corso, per cui è facilmente ipotizzabile che, a fine esame, risulteranno iscritti altre migliaia di nuovi Colleghi. Le domande che ci si pongono di fronte a questo fenomeno sono le più diverse. Innanzitutto ci si interroga sulle cause dell’inversione del trend, ma forse la domanda è a monte. Cosa ha determinato, invece, l’impennata delle iscrizioni degli anni passati?

Il vero è che per circa venti anni, a causa dei limiti di bilancio determinati dai patti di stabilità imposti dall’Europa, le possibilità per moltissimi giovani di accedere ai concorsi della P.A. sono state frustrate e ciò ha indotto i neolaureati a iscriversi agli albi professionali (quello forense in particolar modo). Zero o meno assunzioni, per anni, nella scuola, nei ministeri, negli enti pubblici hanno ingolfato gli albi, anche grazie a un esame, che, occorre ammetterlo, gestito dall’Avvocatura, non si è rivelato un adeguato filtro di preparazione e competenza. Non è un caso che negli ultimi concorsi pubblici, finalmente scongelati, quali per esempio quelli per cancellieri, siano risultati vincitori molti avvocati. In questo caso, io non parlerei di fuga, ma semmai di ritorno a casa di chi, non trovando quella casa, si è adattato a (soprav)vivere nello scomodo scantinato dell’Albo.

Del resto, non si può far finta di dimenticare che per anni nei congressi nazionali forensi si è discusso del problema dei troppi iscritti, dello scadimento della qualità, del rischio di impoverimento anche del decoro professionale, ecc. Si è invocato il numero chiuso (agli Albi o all’Università, con percorsi specializzanti per coloro che fossero interessati allo svolgimento delle professioni giuridiche), si è citato, spesso in modo errato, il grido di pamphlet di Calamandrei (“Troppi avvocati”) del 1921. D’altro canto, ci si chiede – e la domanda stimola Cassa Forense a lavorare ormai da quasi un anno sulla riforma previdenziale – chi pagherà le pensioni degli attuali 250.0000 iscritti, se si dovesse verificare in futuro una netta contrazione di nuovi iscritti, posto che i calcoli attuariali, imposti dalla Fornero che portò lo stress test della sostenibilità della Casse private da 30 a 50 anni, si fondano su previsioni di crescita del numero di iscritti, che già adesso appaiono in riduzione?

Domande particolarmente difficili che, inoltre, non tengono conto di un’ulteriore questione. Quanti sono gli iscritti agli albi che esercitano effettivamente la professione? Quanti restano iscritti pur dedicando la maggior parte del loro tempo ad altre attività, da quella dell’insegnamento nelle scuole o nelle università, a quello della magistratura onoraria? Quanti, poi, svolgono la professione quali giuristi di impresa (sia pure in forme camuffate che evitano di incorrere in espulsione dall’albo per incompatibilità) o dedicandosi esclusivamente all’attività stragiudiziale. Resta, poi, irrisolto il nodo dei c.d. monocommittenti  (a tal proposito, appare opportuno chiedere a OCF che fine abbia fatto la mozione congressuale approvata, sul tema, a Catania): moltissimi di loro, se assunti con regolare contratto e con le opportune garanzie anche di tipo previdenziale-assistenziale, non esiterebbero a cancellarsi dall’albo.

Forse è venuto il momento di ripensare all’idea di un doppio albo: uno dedicato a chi svolge in modo preminente l’attività difensiva nelle aule giudiziarie e un altro a chi, invece, svolge attività prettamente stragiudiziale o rende quelli che vengono definiti “servizi legali”, facendo storcere il naso a qualche purista. Il che condurrebbe evidentemente a diversi regimi di incompatibilità, più stretti e simili a quelli attualmente in vigore, per i primi, più laschi per i secondi, e giustificherebbe anche un diverso sistema previdenziale, semmai anche all’interno del medesimo contenitore di Cassa Forense (portando semmai in Cassa uno sistema simile a quello della Gestione Separata INPS). Un tema da affrontare, magari con l’adeguata preparazione e non con affannose rincorse dell’ultimo minuto, sin dal prossimo congresso nazionale forense.

 

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