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Sono i “cattivi perfetti”, ma lo Stato di diritto c’è anche (e soprattutto) per i fratelli Bianchi

fratelli bianchi
La pubblicazione delle intercettazioni della madre a colloquio nel parlatoio del carcere non ha alcuna utilità nell’inchiesta giudiziaria sulla morte di Willie Duarte, è utile soltanto a suscitare l’indignazione collettiva
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Ci sono fatti di cronaca che generano passioni brucianti nell’immaginario pubblico, specialmente quando alla sbarra appaiono gli “indifendibili”, i super cattivi, quei ceffi sinistri senza sfumature e qualità che vorremmo tenere lontani dagli occhi. L’omicidio di Willie Duarte, pestato a sangue lo scorso anno nel centro di Colleferro dai fratelli Marco e Gabriele Bianchi, è uno di quei casi. Da una parte un ragazzo coraggioso e altruista che accorre a proteggere un amico in grave difficoltà, dall’altra dei bulli palestrati noti a tutti per la ferocia e la violenza dei loro comportamenti. Razzisti, sessisti, omofobi, tribali, ma anche fatui, superficiali, vanitosi; da mesi i media saccheggiano le pagine social degli imputati e tengono alta l’attenzione attorno alla loro saga familiare che garantisce click e visualizzazioni. C’è il format del “ritratto antropologico”, versione snob della più ruspante lapidazione digitale che di solito l’accompagna. Lo scopo è sempre lo stesso: suscitare l’indignazione collettiva.

La pubblicazione delle intercettazioni della madre Simonetta Di Tullio a colloquio con il figlio Gabriele nel parlatoio del carcere non ha alcuna utilità nell’inchiesta giudiziaria sulla morte di Willie Duarte ma alimenta questa saga. Che un detenuto si lamenti in privato con un genitore della sua prigionia è cosa del tutto normale, quasi irrilevante, dare le sue parole in pasto al popolo di internet è un espediente cinico per far lievitare le visualizzazioni e incassare qualche like, contando sui riflessi pavloviani della “gente”. Se poi ci si aggiungono le squallide affermazioni di Simonetta Di Tullio infastitidita da tutto questo clamore perché in fondo «mica è morta la regina d’Inghilterra», il pranzo è servito.

«Bestie», «escrementi», «letame», «melma», «feccia», «dovete morire», «ci vuole la tortura», la giostra è subito partita, proprio come volevano i media, molto abili a monetizzare le pulsioni del popolino indignato. E a farla girare ci si sono messi anche i politici, come per esempio Giorgia Meloni che ieri mattina su Twitter augurava ai due di «marcire in galera», dimenticando che sono accusati di omicidio preterintenzionale, reato per il quale non è previsto l’ergastolo. Inutile dire che l’account di Meloni è stato subito preso d’assalto da chi le rimprovera quasi di essere “la mandante morale” dei fascistissimi imputati in un grottesco crescendo di insulti. Che Marco e Gabriele Bianchi non fossero i fratelli Karamazov si era capito da tempo, il degrado culturale e umano di quel contesto familiare è chiaro ormai a tutti e presumibilmente al termine del processo verranno condannati. Pensare che lo Stato di diritto non debba essere applicato perché antropologicamente dipinti come dei subumani è invece una bestialità che ci mette alla stregua di chi ha ucciso il povero Willie Duarte.

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