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Erano giustizialisti convinti oggi sono convertiti al garantismo

Vendola
Dall’ex grillino De Vito a Palamara, da Vendola a Gherardo Colombo fino all’assessore fiorentino Graziano Cioni, parlamentare Pci, in carcere per 8 anni da innocente.
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«Quando si parla di carcere, “bisogna aver visto”, come ci ricordano le celebri parole di Piero Calamandrei» ha detto la ministra della Giustizia Marta Cartabia in visita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. E lo stesso vale per la gogna mediatica o per le indagini che ti distruggono vita personale e politica. Quando capita a te o a chi ti è vicino, la visione che fino ad allora avevi della giustizia cambia e ti ritrovi a doverti spesso confrontare con quei principi manettari che ti avevano contraddistinto fino a quel momento.

Lo abbiamo visto con l’ex grillino Marcello De Vito che prima ha portato le arance a Ignazio Marino per lo scandalo Mafia Capitale, poi, quando lui stesso finisce in carcere per corruzione, ammette l’errore politico di stampo giustizialista e comincia ad occuparsi di carcere nell’attuale campagna elettorale con Forza Italia. Ma ci sono altri esempi di catarsi garantiste o pseudo tali. Prima tra tutte quelle di Beppe Grillo che, con il figlio indagato per violenza sessuale, in un folle video si scaglia contro il circo mediatico- giudiziario. E che dire di Luca Palamara, ex pm, ex presidente dell’Anm, ora caduto in disgrazia perché radiato dalla magistratura per lo scandalo delle correnti? Ha firmato i referendum proposti da Partito Radicale e Lega, tranne quello sulla responsabilità diretta dei magistrati, ma dal nostro giornale, in una lettera al direttore, ha tenuto a precisare che «sul tema del garantismo sono in totale coerenza rispetto alle mie posizioni del passato».

Nella stessa missiva al nostro giornale diceva «..non scorderò mai la faccia di un imputato in stato di custodia cautelare che a Regina Coeli, durante un interrogatorio di garanzia di fronte al Gip, piangeva a dirotto invocando la sua innocenza. I fatti poi gli hanno dato ragione: era innocente. Quell’episodio mi ha segnato per sempre. Da quel giorno ho ritenuto e ritengo che quando si priva un individuo della propria libertà personale è sempre meglio pensarci un attimo in più che un attimo in meno ».«Da quel giorno, dice… e il giorno prima? – gli ricorda il professor Aldo Berlinguer – È proprio necessario dover assistere alla disperazione di qualcuno per accorgersi dell’importanza del garantismo? ». E poi il compagno Nichi Vendola; è bastata una condanna a tre anni e mezzo per concorso in concussione aggravata, per spingere l’ex presidente della Puglia a dire: «Io mi ribello a una giustizia malata che calpesta la verità. Noi appelleremo questa sentenza, ennesima prova di una giustizia profondamente malata. Nel caso Ilva c’è stata una malevola torsione dell’inchiesta verso una deriva che è quella del mainstream giustizialista».

Nel 2012 era lo stesso Vendola però ad esortare la classe dirigente a «evitare l’irruzione a gamba tesa nel recinto in cui la magistratura esercita le proprie funzioni».Forse non tutti ricorderanno Graziano Cioni, deputato e senatore per tre legislature, nel solco del Pci-Pds-Ds, poi assessore a Firenze che, in una intervista al Foglio, disse: «Dopo 8 anni di processo ingiusto e un’assoluzione dico: io ero un giustizialista convinto, che puttanata il giustizialismo. Per me la legalità era un vessillo assoluto, una bandiera. Le garanzie, la presunzione d’innocenza? Non mi ponevo il problema. Quel che un magistrato fa è giusto per definizione. La sinistra ha difeso i magistrati a prescindere dalla ragione e dal torto. Li abbiamo resi intoccabili ».

A proposito di sinistra, come non parlare dell’ex magistrato Luciano Violante, che si è convertito non per sfortunate vicende giudiziarie ma forse per una maturata saggezza. Per tre decenni è stato in Parlamento il portabandiera delle toghe rosse. Francesco Cossiga, come ricorda il ritratto fatto dal Giornale, «lo chiamava “piccolo Vishinsky”, come l’aguzzino delle purghe staliniane, considerandolo l’istigatore dei processi politici degli anni Novanta (Andreotti, ecc)». Lui però si è sempre difeso: «Quando ero presidente della Commissione Antimafia, scrivevo che c’era uno sfrenato giusitizialismo all’epoca e che nessuna società ha tollerato troppo a lungo un governo dei giudici ». E ancora: «Quando Berlusconi nel 1994 ricevette la comunicazione giudiziaria per tangenti, al contrario di molti, io dissi che non si doveva dimettere».

Un’altra mutazione senile è quella di Gherardo Colombo, l’ex pm di Mani Pulite: all’epoca difendeva l’uso della custodia cautelare e spiegava, numeri alla mano, che non c’erano abusi perché in 1000 giorni insieme ai suoi colleghi aveva chiesto la carcerazione preventiva per circa 600 persone e per un centinaio il gip aveva respinto la richiesta: «Utilizzare l’ordine di arresto è un passo doloroso anche per coloro che lo applicano. Ma in alcuni casi non se ne può fare a meno ».

Per far confessare e non per reali esigenze cautelari, diranno alcuni commentatori ricordando quel periodo. Ma tornando a Colombo, ad esempio, del 41 bis diceva che serviva a difenderci «nei confronti di chi, anche dal carcere, può influire sugli atteggiamenti criminosi di persone che stanno fuori». Nel 2013 la svolta con il libro ‘ Il perdono responsabile: Perché il carcere non serve a nulla’ e nel 2017: « Il 41 bis, così come è fatto, è difficilmente in corrispondenza con l’articolo 27 della Costituzione. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità».

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