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Ceccanti: «Ora portiamo a 800mila le firme per i nuovi referendum»

«Bisognerebbe pensare di alzare il numero minimo di firme e portarle almeno a 800mila, cioè il due per cento di chi vota per le politiche. E poi il quorum resta altissimo, bisognerebbe quindi riparametrarelo togliendo dal conteggio chi di solito non vota alle politiche, e mettendolo al 50 per cento più uno di chi ha votato alle politiche»
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Onorevole Ceccanti, in che modo la possibilità di firme tramite Spid sta cambiando l’istituto referendario nel nostro paese?

Il fatto di togliere gli ostacoli burocratici è senz’altro positivo, perché bisogna favorire la partecipazione. Tuttavia si manifestano una serie di problemi. Il primo è rispetto a ciò che prevede la Costituzione, sotto un duplice profilo: in primo luogo, se raccogliere le firme diventa molto facile bisognerebbe pensare di alzare il numero minimo di firme e portarle almeno a 800mila, cioè il due per cento di chi vota per le politiche; in secondo luogo, il quorum resta altissimo, perché il 50 per cento più uno corrisponde a chi vota per le Amministrative e anche rispetto alle politiche c’è sempre un 25- 30 per cento di astenuti. Bisognerebbe quindi riparametrare il quorum togliendo chi non vota alle Politiche, e mettendolo al 50 per cento più uno di chi ha votato alle Politiche. Altrimenti abbiamo un sistema in cui è facilissimo raccogliere firme ma difficilissimo vincere i referendum.

Di quali altre incombenze si deve tener conto nell’analisi del nuovo movimento referendario che passa dalla giustizia, dall’eutanasia e dalla legalizzazione della cannabis?

C’è un problema di conflitto con la Corte costituzionale. Avendo previsto a livello di legge ordinaria che si faccia il controllo dopo tutte le firme raccolte, si rischia di raccoglierne milioni che poi vengono colpite dalla Corte sulla base dell’articolo 75 della sua giurisprudenza, con la conseguenza di far saltare i quesiti e aumentare la frustrazione di chi ha firmato. Sarebbe ragionevole che il controllo della Corte avvenisse dopo un certo numero di firme, ad esempio centomila, per poi riprendere la raccolta.

La maggiore facilità di raccolta firme aumenta la possibilità di buona riuscita di un referendum?

Non è detto che tutti i quesiti siano dichiarati ammissibili da parte della Corte. È più facile raccogliere firme ma non è affatto scontato che poi i quesiti vengano sottoposti a referendum. L’articolo 75 e la giurisprudenza della Corte in questo senso delimitano fortemente il terreno d’azione dei referendum.

Quali altre prerogative della Corte andrebbero modificate per rendere l’istituto referendario più adeguato ai nostri tempi?

C’è un ulteriore problema che meriterebbero di essere affrontato: il controllo della Corte è solo sui requisiti dell’articolo 75, cioè se i quesiti rientrano nelle leggi che non possono essere sottoposte a referendum. Ma quasi mai la Corte entra sul fatto che la normativa di risulta sia o no costituzionale. Cioè magari si ammettono i quesiti perché non riguardano materie proibite, si supera il quorum ma poi la legge che ne deriva viene dichiarata incostituzionale. Quello sull’eutanasia può darsi che sia ammissibile ( ci sono varie discussione sulla tecnicalità del quesito) ma l’idea che si possa passare a una depenalizzazione dell’omicidio del consenziente va oltre e potrebbe essere dichiarata incostituzionale.

Il conflitto tra Parlamento e movimenti popolari è destinato ad aumentare nei prossimi anni?

Credo che coloro che raccolgono le firme abbiano come obiettivo prioritario quello di far decidere il Parlamento. Il testo base sull’eutanasia è un buon testo e cerca di disciplinare il suicidio assistito secondo i paletti messi dalla Corte. Un conto è se si fa la legge in Commissione, in Parlamento e si dosano gli equilibri secondo i vincoli della Corte. Un altro conto è se si sostiene un quesito che passa all’estremo opposto, cioè alla depenalizzazione dell’omicidio del consenziente. Gli stessi promotori non sarebbero d’accordo con una soluzione così drastica.

È corretta l’accusa di lentezza e inerzia nei conforti del Parlamento su temi così sensibili?

Il problema è questo: il Parlamento riesce a legiferare relativamente bene quando le cose possono essere decise all’interno di una maggioranza di governo e quindi si possono superare le divergenze mettendo la fiducia. Un classico esempio è l’ottima legge sulle unioni civili. Fu trovato un punto d’equilibrio e messa la fiducia. Di fronte a governi sorti per emergenza come quello attuale, in cui queste materie non fanno parte del programma, è difficile mettersi d’accordo.

Crede che ci sia un problema di mancanza di dialogo tra promotori dei quesiti e politica?

I promotori non sono sempre innocenti, nel senso che qualche volta potrebbero trovare soluzioni migliori rispetto a quelle drastiche individuate dai quesiti. Hanno ragione i Radicali quando dicono che la legge sulla responsabilità civile dei giudici fu congegnata dal Parlamento con una serie di esenzioni per cui non si può far valere praticamente mai. Ma allora non capisco perché non sia stato fatto un quesito che restando nella logica della responsabilità indiretta togliesse alcune di quelle esenzioni. Passare a un quesito che parla di responsabilità diretta mi sembra una scorciatoia.

Il quesito referendario riesce a ottenere sempre quello che i promotori si augurano?

Ci sono casi in cui il referendum ha un effetto minimo. Viene permesso ai firmatari una cosa che obiettivamente il quesito non può ottenere. Riguardo a quello sul sistema elettorale del Csm, i firmatari sono convinti che cambi il sistema elettorale del Csm. Ma non è così: si limita a togliere le modalità di presentazione dei candidati, ma il sistema cosiddetto correttocratico non è assolutamente scalfito dal quesito.

Il Movimento 5 Stelle aveva proposto un testo per l’introduzione del referendum propositivo. Come lo valuta?

In astratto, si può anche concepire l’idea di un referendum propositivo, perché alcuni referendum abrogativi hanno effetti surrettiziamente propositivi. Ma il propositivo consente ai cittadini di scrivere in positivo la legge, e quindi se ci sono limiti all’abrogativo tanto più ci devono essere rispetto al propositivo. Purtroppo quel testo sottovaluta la forza del propositivo e aveva limiti troppo blandi.

Si parla in queste ore dell’introduzione del green pass in Parlamento, osteggiata dal leghista Claudio Borghi. È corretto l’obbligo di green pass anche per deputati e senatori?

Borghi solleva il problema se si possa in Parlamento mettere questo limite. Un limite che non mette il governo ma gli organi parlamentari. Con tutto il rispetto per lui, l’invito del governo è rispettoso dell’autodichia e assolutamente ragionevole. Nel momento in cui mettiamo vincoli per i luoghi di lavoro, che si possono mettere perché non c’è nessun aggancio costituzionale che li impedisca, allora deve valere anche per il Parlamento, che non è una zona franca. Per questo il ragionamento non funziona. Tra l’altro la legittimità costituzionale varrebbe anche nel caso si decidesse di imporre l’obbligo vaccinale, come spiega l’articolo 32 della Carta.

 

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