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«Chi attacca i referendum vuole solo tenere fuori dall’agenda certi temi»

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«In Italia i referendum sono stati completamente stracciati dai partiti. Dal 1979 fino alla fine della scorsa legislatura solo tre sono diventati legge».
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Riccardo Magi, presidente di + Europa e tra i promotori del referendum sulla cannabis legale, è convinto che il successo di partecipazione alla raccolta firme per la presentazione dei quesiti sia indice di una voglia di protagonismo dei cittadini, non uno smacco alla democrazia rappresentativa.

L’exploit di sottoscrizioni, si viaggia al ritmo di 100 mila firme al giorno, del resto è anche merito di Magi che nel decreto Semplificazioni è riuscito a inserire un emendamento che consente agli italiani di sottoscrivere digitalmente un referendum ( tramite spid) rimanendo comodamente a casa, evitando banchetti e gazebo.

Onorevole, è stata l’estate dei referendum. Giustizia, eutanasia e cannabis legale hanno ottenuto il sostegno di centinaia di migliaia di cittadini in pochissimo tempo. La firma digitale ha cambiato l’istituto referendario?

Sull’eutanasia, sulla legalizzazione della cannabis, sulla separazione delle carriere ma anche sulla modifica della legge Bossi Fini e su quella di cittadinanza negli ultimi dieci anni sono state depositate leggi di iniziativa popolare rimaste accuratamente all’interno di cassetti della Camera. Significa che nel nostro paese l’iniziativa popolare è stata completamente stracciata dai partiti e dalle forze politiche. Dal 1979 fino alla fine della scorsa legislatura sono state presentate 262 proposte di legge di iniziativa popolare. Sa quante sono diventate leggi? Tre. E sa quante sono state almeno discusse? Meno del 40 per cento. Sono stati umiliati milioni di cittadini che avevano firmato quelle iniziative.

E questo giustifica la voglia di esautorare il Parlamento, creando una mobilitazione permanente della gente?

Il Parlamento non è credibile se prima non interviene per far rispettare uno strumento che la Costituzione prevede per dare ai cittadini la possibilità di intervenire.

Che i partiti siano i maggiori responsabili del loro fallimento è fuori discussione. Ma non sarebbe meglio provare a correggere il tiro invece di mettere in discussione la rappresentanza in sé?

Cosa fanno i partiti in crisi? Impediscono con un ultimo rantolo che una proposta popolare venga calendarizzata venga anche semplicemente discussa. Portarla in Aula non significa approvarla, può anche essere respinta o emendata. Invece i partiti non si assumono la responsabilità davanti ai cittadini di dire quello che pensano. Il danno al Parlamento non lo porta il referendum, non lo porta quella valanga di sottoscrizioni arrivate anche grazie alla firma digitale, ma chi nel Parlamento ci sta.

Quindi l’unica alternativa è affidarsi sempre al popolo?

Quando i costituenti hanno concepito il referendum abrogativo non pensavano né volevano che il cittadino facesse la corsa a ostacoli per firmare. È stata la legge 352 del 1970 a inserire una serie di ostacoli all’esercizio dei diritti politici dei cittadino. Come la figura dell’autenticatore, che poteva essere solo un consigliere comunale o un notaio. E chi aveva un esercito di consiglieri comunali per coprire in modo capillare il territorio o le risorse per potersi permettere un notaio? Solo i grandi partiti o i grandi sindacati. Insomma, sono stati introdotti una serie di ostacoli irragionevoli su cui Mario Staderini ha fatto condannare il nostro Paese in sede Onu. La firma digitale arriva proprio per sanare questa situazione.

Già si era intervenuto però sugli autenticatori, consentendo anche agli avvocati di svolgere questa funzione…

È vero. Ma se un cittadino tramite spid può firmare un atto di natura giudiziaria, per quale ragione non dovrebbe poter sottoscrivere una proposta di referendum che tra l’altro è solo l’avvio di un iter che poi prevede l’intervento della Cassazione e della Corte Costituzionale, prima dell’apertura di un’eventuale campagna elettorale. Io temo che chi critica questo exploit di partecipazione popolare voglia semplicemente continuare a fare quello che ha fatto finora: tenere fuori alcuni temi dall’agenda politica.

Oppure al contrario, alcuni partiti, potrebbero approfittare della semplificazione dello strumento per far passare temi di pancia. Non si rischia una deriva populista?

Il vaglio di ammissibilità costituzionale serve anche a impedire derive di questo tipo. Anzi si potrebbe pensare all’introduzione di un vaglio preventivo di, magari prima del raggiungimento delle 500 mila firme. Ma non va toccato l’istituto referendario finché non viene ridata dignità all’iniziativa popolare.

La democrazia diretta era il sogno di Giaroberto Casaleggio. Lei si sente distante da quella concezione?

Io ho una visione costituzionalmente orientata, quella secondo cui la seconda scheda, quella referendaria, è stata concepita dai costituenti per dare la possibilità ai cittadini di attivarsi e farsi legislatore per via abrogativa. Per come storicamente si è realizzata l’idea di Casaleggio sulla democrazia diretta, si è basata su una piattaforma privata sulla quale si effettuano delle consultazioni riguardanti la vita di un partito.

Noi abbiamo proposto invece l’utilizzo degli strumenti digitali riconosciuti per agire all’interno dei confini costituzionali che l’istituto referendario prevede. Noi pensiamo alle tecnologie digitali al servizio della riattivazione della democrazia. Sbaglia chi ha paura di questo. L’equilibrio tra Parlamento e popolo si costruisce rafforzando la richiesta di partecipazione.

Con l’introduzione della firma digitale si potrebbe pensare di aumentare il numero minimo di sottoscrizioni necessarie?

A mio avviso il dibattito va aperto. Ben vengano tutte le proposte. Ma secondo me se si interviene sul numero delle firme bisognerebbe intervenire anche sul quorum.

I partiti non servono più nemmeno per mettere a disposizione gazebo e militanti?

La crisi dei partiti è un fatto serio, ma riguarda la loro incapacità di fare un’analisi della società, avanzare proposte, formare una classe dirigente. I partiti dovrebbero ringraziare in questo momento la partecipazione dei cittadini e l’impegno di alcune associazioni, come la Luca Coscioni, che fanno ciò che loro non fanno. Il discredito di cui godono i partiti è colpa dei partiti stessi. Il loro silenzio ha tolto loro autorità.

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