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Pignatone è arrabbiato con gli avvocati perché gli hanno smontato “Mafia capitale”

L'ex procuratore di Roma Pignatone ha detto che in Italia ci sono troppi avvocati.
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Giuseppe Pignatone, che da ottobre del 2019 presiede il tribunale del Vaticano dopo 45 anni di carriera giudiziaria in Italia conclusasi alla guida della Procura di Roma, non ha voluto lasciare solo il suo ex collega, ed anche ex consigliere superiore della magistratura, Piercamillo Davigo nell’attribuzione agli avvocati di buona parte, se non della maggior parte, dei guai della giustizia in questa nostra sfortunata Repubblica, quanto meno. Dove, per esempio, si sono dovuti aspettare 51 anni -dal 1948 al 1999- per vedere scritto nella Costituzione, modificando l’articolo 111, che il processo deve avere una “ragionevole durata”. Sono occorsi altri 22 anni perché un governo -quello in carica, molto atipico e fortunatamente presieduto da Mario Draghi- tentasse davvero con una legge delega ora all’esame del Senato, dopo l’approvazione della Camera, di dare concretezza a quella generica durata “ragionevole”, stabilendo quanti anni precisamente debba durare un processo in appello e quanti in Cassazione per non estinguersi nella “improcedibilità”.

Che è la trovata “geniale”, come l’ha definita il buon Carlo Nordio, della guardasigilli Marta Cartabia, ex presidente della Corte Costituzionale, per ripristinare con altro nome la prescrizione disinvoltamente abolita all’esaurimento del primo grado di giudizio dal primo governo -gialloverde- di Giuseppe Conte, col grillino Alfonso Bonafede alla testa del Ministero della Giustizia. E con l’avvocato, senatrice e ministra Giulia Bongiorno, responsabile dei problemi della giustizia per la Lega, obbligata dal “capitano” Matteo Salvini a ingoiare il rospo originariamente definito “una bomba atomica”, pur di far durare quel governo qualche mese in più. Non volete chiamarla quanto meno sfortunata, come dicevo prima, una Repubblica costretta ad arrivare così tardi e così male, se davvero vi arriverà senza altre sorprese, ad un minimo di decenza in materia di durata dei processi? E ciò, peraltro, grazie ai vincoli in qualche modo esterni dell’Unione Europea, che ha condizionato i finanziamenti del piano della ripresa, dopo il disastro pandemico, alla realizzazione di certe riforme, fra le quali quella appunto per la durata davvero ragionevole e certa del processo. La responsabilità di questo ritardo, definiamolo così, per Davigo e ora anche per Pignatone, autore di un libro fresco di stampa anche sul modo in cui egli ha cercato di “fare giustizia” nella sua lunga carriera, non sarebbe solo dei magistrati, dei loro ritmi di lavoro, abitudini e quant’altro, visto che gran parte delle prescrizioni è sempre maturata nella fase preliminare del processo, in corso cioè di indagini, ma pure o soprattutto degli avvocati. E non per un presunto poltronismo ma per il loro numero ritenuto esorbitante, che praticamente abbasserebbe la qualità delle prestazioni professionali, e li costringerebbe di fatto, volenti o nolenti, a farsi concorrenza sui modi con i quali tirare alle lunghe i processi per salvare i loro clienti, o assistiti, con la prescrizione -e domani con la improcedibilità- anziché con una incerta sentenza di assoluzione. Pignatone è andato giù contro gli avvocati ancora più di Davigo puntando il dito non solo contro i 240 mila difensori che esercitano in Italia rispetto ai 50 mila in Francia, o contro i 380 per ogni centomila abitanti in Italia rispetto ai 100 in Francia, ma anche contro i 55 mila avvocati abilitati in Italia al processo in Cassazione rispetto ai 50 in Germania. Dove quindi sarebbero gli stessi avvocati a fare da filtro per non intasare di ricorsi pretestuosi l’ultimo grado di giudizio.

Da noi invece la Cassazione sarebbe travolta dallo stesso numero dei difensori abilitati a ricorrervi. E sotto questo profilo -par di capire- neppure la riforma Cartabia, chiamiamola così, riuscirà a sanare l’amministrazione della giustizia. Occorrerebbe non dico eliminare gli avvocati, ma almeno rendere loro la vita durissima, ancor più di quella che s’intravvede nella quasi indigenza diffusa di ventimila euro l’anno di reddito che Davigo è appena tornato a sottolineare in televisione, alla riapertura del salotto televisivo di martedì su la 7, dove già era di casa, o quasi, prima dell’interruzione estiva.Non vorrei essere o sembrare scortese nei riguardi di Pignatone, e della fiducia accordatagli da Papa Francesco importandolo al di quà delle Mura, ma personalmente mi sento grato agli avvocati e alla Cassazione per avere smentito la rappresentazione fatta della Capitale dalla Procura allora guidata dallo stesso Pignatone, come di una terra praticamente conquistata dalla Mafia, con la maiuscola. E’ stata una rappresentazione notoriamente ridimensionata nei processi ad un’associazione a delinquere di notevole consistenza, per carità, ma comune. La cosiddetta “Mafia Capitale”, o “Mondo di mezzo”, come preferirono chiamarla altri, sempre dalle parti della Procura romana, decollata nel 2015 con arresti e incriminazioni clamorose, si è purtroppo tradotta nel miracolo politico della conquista del Campidoglio da parte dei grillini nelle elezioni amministrative del 2016, propedeutiche a quelle politiche del 2018. Che portarono il MoVimento 5 Stelle al 33 per cento dei voti, facendogli ereditare la postazione centrale che fu della Dc, resistita nella cosiddetta prima Repubblica anche all’avanzata del Pci guidato dal mitico Enrico Berlinguer. Ora sono curioso di vedere, svanita e smentita Mafia Capitale, e simili, che fine farà, tra le macerie peraltro del suo MoVimento dimezzato nei sondaggi, e in tutte le elezioni intermedie svoltesi dopo il 2018, la ostinata ricandidatura della sindaca Virginia Raggi sostenuta dal ribelle e ormai ex pentastellato Alessandro Di Battista ma anche dal nuovo presidente delle 5 Stelle Giuseppe Conte.

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