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Opacità e fallimenti: l’agonia senza fine dei beni confiscati

beni confiscati
La polemica sui beni confiscati ha ripreso dopo la scoperta di ulteriori criticità proprio nel mondo dei sequestri antimafia e per giunta proprio in Sicilia
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E’ un fiume carsico che si inabissa e riemerge in modo inaspettato, sorprendente. Un flusso di corruzione o, comunque, di malgoverno talvolta accertato, ma spesso solo sussurrato, sembra accompagnare la gestione dei patrimoni che le leggi dello Stato mettono nelle mani della magistratura e per i più svariati motivi: dai sequestri antimafia alle procedure fallimentari fino alle vendite immobiliari.

Non esiste alcuna statistica ufficiale, né può far di conto la giurisprudenza disciplinare del Csm perché i più, presi con il dito nella marmellata o anche con il barattolo in tasca, si dimettono ed evitano la gogna della radiazione. Tuttavia, a spanne e senza tema di smentita, sono stati parecchi negli anni addietro i casi di toghe delle misure di prevenzione, delle sezioni fallimentari o delle procedure esecutive che sono incappati in rilievi pesanti, se non in qualche vicenda finanche nelle manette.

E’ un punto delicato. Ogni volta si dice che non succederà più e ogni volta il sistema in modo imprevisto entra in crisi. In silenzio, con discrezione, con qualche trasferimento e qualche pensionamento “spintaneo” i nodi peggiori vengono sciolti, ma rimane in tanti l’impressione che il circuito delle nomine dei professionisti che corre intorno alle gestioni patrimoniali rimesse alle toghe sia un mondo in parte opaco.

Malgrado interventi legislativi, circolari, disposizioni di servizio non si riesce a impedire del tutto che si creino relazioni sospette e poco trasparenti soprattutto tra coloro che partecipano al mercato delle nomine come amministratori, curatori, gestori e via seguitando e una selva di collaboratori e coadiutori indispensabili per le ricchezze più ingenti.

La polemica ha ripreso vigore dopo recenti arresti e dopo la scoperta di ulteriori criticità proprio nel mondo dei sequestri antimafia e per giunta proprio in Sicilia che, con il sangue del generale Dalla Chiesa, ha dato il via alla legislazione patrimoniale più severa che si conosca al mondo.

Basterebbe aver memoria del passato, degli anni bui del secolo scorso, quando era quasi impossibile trovare amministratori e custodi che avessero il coraggio di gestire i beni tolti ai mafiosi. O, prima ancora, bisognerebbe volgere lo sguardo alla morte dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca privata italiana di Michele Sindona, per comprendere, come mai, da almeno un paio di decenni, si sia scatenata una lotta spasmodica all’incarico, alla nomina, con frotte di postulanti per i corridoi dei tribunali alla ricerca di prebende da parte dei giudici o dei grand commis professionali.

Se ci cercassero, al di là delle chiacchiere e della propaganda, indici oggettivi con cui misurare la pericolosità delle mafie o, meglio, la percezione della loro pericolosità in questo tempo, ecco questo sarebbe un campo di studio di cui occuparsi con una certa attenzione. Nessuno teme vendette o ritorsioni. Tutti premono per conseguire un incarico che, in tempi di vacche magre per molte professioni, non saranno redditizi, ma comunque aiutano a tirare a campare. Certo, sia chiaro, ci sono eccezioni, eccome.

Tante volte la nomina per gestire beni delle cosche riguarda professionisti specchiati, di alto profilo, capaci e fedeli servitori della giustizia. Ma non si tratta di esprimere giudizi morali o professionali su categorie che – come tutte – conoscono al proprio interno le inevitabili mele marce. Quel che preme cogliere è che nessuno, o quasi, ha paura di occuparsi dei patrimoni della mafia e che gli stessi mafiosi, a fronte del pericolo di sanzioni enormi, si tengono ben lontano dal minacciare chicchessia. Poi c’è a latere, non troppo distante, il tema angoscioso ed endemico ormai del fallimento delle imprese sequestrate, della dispersione degli immobili confiscati, del loro inutilizzo.

Malgrado un nugolo di modifiche legislative, mille convegni e mille riflessioni poco è mutato a mitigare un quadro desolante. Uno slancio avrebbe dovuto darlo nel 2010 l’Agenzia nazionale dei patrimoni di mafia che, nello schema originario, avrebbe dovuto occuparsi dei beni e delle imprese sin dal sequestro, curando subito la nomina di amministratori e custodi. Ma quel progetto è naufragato a fronte della sollevazione di settori consistenti e, come scoperto in seguito, non sempre disinteressati al mercato degli incarichi.

Così l’ANBSC è stata tagliata fuori dai giochi e ne è mancato l’impulso nel momento strategico e cruciale del passaggio dei beni dalle mani dei mafiosi a quelle dello Stato. Non sarebbe stato tutto rose e fiori, ma lo sconforto attuale avrebbe meritato una chance coraggiosa e innovativa.

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