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Pecorella: «Ora un’Alta corte che giudichi le toghe: è l’unica riforma possibile»

Alta corte
«Ora un’Alta corte che giudichi le toghe: è l’unica riforma possibile». Parla il professore e avvocato Gaetano Pecorella, ex presidente Ucpi.
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Per il professore avvocato Gaetano Pecorella, già parlamentare di Forza Italia e past president dell’Unione delle Camere Penali, l’Alta Corte di giustizia proposta da Luciano Violante rappresenta uno di quei temi per cui la politica dovrebbe disinteressarsi del parere della magistratura e portarlo avanti in piena autonomia.

Cosa ne pensa della proposta di Violante di conferire a un’Alta Corte di giustizia, esterna al Csm, la giurisdizione disciplinare su tutti i magistrati?

La proposta di Violante risale a molto tempo fa e metteva d’accordo molti giuristi, tra cui il sottoscritto. Unire nel Csm la parte amministrativa con quella disciplinare significa mettere in mano alla maggioranza degli strumenti che possono incidere in modo determinante su cariche molto importanti, come quella del Procuratore capo di Roma. Sicuramente quindi la proposta è la strada giusta: non ci può essere coincidenza tra la parte amministrativa e quella disciplinare, perché entrambe si inquinano a vicenda.

La questione principale diventa poi come costruire questa Alta Corte. A me pare assolutamente inopportuno che un pm possa diventare giudice all’interno di un giudizio disciplinare. Quindi eliminerei i pm da un organo di tale natura. Vi lascerei solo giudici e giuristi insigni, al limite tecnici di altra natura, come gli psicologi. Non includerei neanche gli avvocati per evitare conflitti di interesse. Un’altra alternativa sarebbe quella di fare una Corte Suprema della Pubblica Accusa, separando anche nel momento disciplinare il pm dal giudice.

Ma sarebbe davvero fattibile?

La magistratura si opporrebbe.Cominciamo ad abituarci a pensare che quello che vuole la magistratura non deve interessare le parti politiche. È ora che il Parlamento riacquisti la sua autonomia. Il problema è se ci sono le maggioranze favorevoli alla proposta. Si tratterebbe di una riforma costituzionale. Tuttavia siamo consapevoli che da noi questo tipo di riforme sono difficili da fare perché abbiamo un partito che finisce per mettersi di traverso ogni volta che si toccano i magistrati. Quindi oggi non ci sono le condizioni politiche, ma si tratta di una questione che va portata avanti e maturata nel Paese. E va spiegata ai cittadini.

A proposito di rapporti tra politica e magistratura, secondo Lei al momento c’è tensione tra le due?

Ascoltando Scarpinato e Davigo («Dietro referendum e riforma Cartabia c’è l’assalto finale dei partiti che vogliono tornare alle mani libere»), sembra invece che si voglia andare allo scontro.Scarpinato e Davigo non rappresentano la voce di tutta la magistratura. Non credo che quello che loro hanno affermato abbia un senso. I referendum non hanno un effetto immediato e non introducono la separazione delle carriere, riforma voluta da molti ma che non si riesce mai a fare. Credo che sia i referendum che le riforme Cartabia non rappresentino nulla di cui si possano lamentare i magistrati.

Nessuno tocca la loro indipendenza e autonomia. Mi pare che sia un mettere le mani avanti per dire “il potere che abbiamo acquisito giorno per giorno attaccando la politica non lo vogliamo perdere. Dal 1993 siamo diventati padroni del Paese e adesso guai a chi ci tocca”. Proprio questo dovrebbe essere all’attenzione del Parlamento per riequilibrare la situazione: oggi abbiamo magistrati che non rispondono a nessuno di ciò che fanno e invece abbiamo una politica per cui basta un procedimento aperto nei confronti del premier e arriva la crisi di Governo. E poi non c’è nessuna tutela dopo la perdita dell’immunità. Dopo di che è chiaro che potranno nascere delle tensioni. Oggi tuttavia io non le avverto assolutamente. Mi pare che la magistratura si stia un po’ leccando le ferite e soprattutto non sia più al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, che una volta scendeva in piazza per sostenere Di Pietro e altri come lui.

In tema di valutazioni di professionalità il Pd ha presentato un emendamento che prevede di valutare i pm anche in base al parametro costituito dal dato percentuale di smentite processuali delle ipotesi accusatorie. Che ne pensa?

Tutti dobbiamo essere valutati. Riguardo la proposta, essendoci un criterio matematico, sarebbe una questione comunque affidata al Csm, senza interferenza da parte di terzi. Ho qualche perplessità tuttavia: è come dire che un avvocato è più bravo perché vince più processi di un altro. Credo che debba essere valutato il merito dal punto di vista del lavoro che viene svolto, della produttività. O comunque come parametro deve essere collegato ad altri parametri e non rappresentare l’unico elemento di giudizio.

Tornando a Gratteri, parlando ad una manifestazione pubblica, e commentando la riforma Cartabia sul penale, ha detto che per smaltire i processi basterebbe far rientrare i magistrati fuori ruolo. Giusto, no?

Sì, sono assolutamente d’accordo. E l’ho anche scritto più volte. Bisogna evitare che il Ministero della giustizia sia culturalmente nelle mani dei magistrati. Questa sarà una delle battaglie più difficili, perché questa riforma comporterebbe per la magistratura una perdita secca di potere. I magistrati dislocati a via Arenula fanno le leggi e preparano le risposte del Ministro, tanto per fare due esempi. E poi i magistrati non dovrebbero tornare a fare i magistrati dopo aver ricoperto certi ruoli, avendo fatto parte di una precisa componente politica. La domanda è come si dovrebbe colmare il vuoto lasciato dai magistrati. Dovrebbero essere chiamati dei giuristi di alto livello o degli avvocati, che andrebbero pagati perché dovrebbero smettere di fare la loro professione. Il problema è complesso.

Per concludere, che ne pensa della riforma di “mediazione Cartabia” sul penale? Lei è d’accordo con chi sostiene che era il miglior compromesso possibile o sta con l’Accademia che invece ha criticato fortemente le proposte approvate?

Io sono contrario per quanto riguarda la giustizia a qualsiasi forma di compromesso. Ritengo che questa riforma, soprattutto per quanto concerne l’improcedibilità, sia una pessima riforma, che un tecnico del diritto non potrebbe mai condividere.

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