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«L’iscrizione al nostro albo non è un “parcheggio” in attesa di tempi migliori»

«L’iscrizione al nostro albo non è un “parcheggio” in attesa di tempi migliori»
Il presidente del Coa di Potenza, Maurizio Napolitano contro il mercatismo dell'avvocatura che aiuta i più ricchi e affonda i piccoli. Ecco l'intervista.
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L’avvocatura che opera lontano dalle grandi realtà economiche e finanziarie deve ritagliarsi un suo spazio con le unghie e con i denti, preservando la propria identità. È questo uno dei primi temi affrontati da Maurizio Napolitano, presidente del Coa di Potenza, appassionato lettore del compianto Franco Cipriani, massimo esperto italiano di diritto processuale civile e ordinario nell’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Il numero uno degli avvocati potentini non nasconde la sua amarezza rispetto ad alcune scelte legislative che si sono susseguite negli ultimi anni, a riprova del sempre maggiore scollamento tra politica, istituzioni e professioni.

L’Ordine degli avvocati di Potenza ha inglobato nel 2013, a seguito della soppressione del Tribunale di Melfi avvenuta con la rivisitazione della geografia giudiziaria, i colleghi della città cara all’imperatore Federico II. «Quella dell’avvocato – afferma Napolitano – è sempre stata una professione complessa, tuttavia non può negarsi che almeno nell’ultimo quindicennio la nostra categoria è stata presa di mira da quella politica di stampo demagogico che ha voluto far credere che un mercato libero, senza tariffe predefinite ed obbligatorie, volesse significare una offerta qualitativamente migliore. Si è passati dalla sciagurata abrogazione dei minimi tariffari nel 2006 alla completa abrogazione delle tariffe nel 2012, in nome della crescita economica e dell’incremento della concorrenza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti».

«Gli unici a beneficiare di tali riforme sono stati i grandi centri di interesse economico e finanziario che continuano ad assoldare avvocati, proponendo convenzioni a dir poco vergognose e troppo lontane da un compenso che dovrebbe invece essere quantomeno equo». L’avvocato Napolitano traccia un quadro ben preciso: «A ciò si aggiunga un legislatore compulsivo, che tratta la legge come un bene di consumo, che maneggia le categorie ed i principi con fare disinvolto, che riforma e controriforma i codici di rito senza mai definitivamente affrontare e risolvere le problematiche che attanagliano la giustizia e la sua amministrazione. In questa palude il numero crescente degli avvocati, unito ad una crisi economica costante, ha inciso sulla condizione professionale e patrimoniale di ciascuno di noi».

Il Coa di Potenza ha 1331 iscritti (695 avvocati e 636 avvocate). Quest’anno, fino ad oggi, si sono avute trenta cancellazioni dall’albo. Nel 2020 il numero complessivo di iscritti è stato di 1328. Nell’anno della pandemia sono state 39 le cancellazioni. Nell’albo dei praticanti sono iscritte 452 persone con una prevalenza delle aspiranti avvocate (271 donne contro 181 uomini). Il presidente dell’Ordine di Potenza riflette anche sulle condizioni economiche della categoria ed usa un’espressione molto precisa per descrivere lo scenario lucano: “precarietà consolidata”.

«Nel circondario di Potenza – sottolinea – si è passati da un reddito medio di 28.759 euro nel 2011 ad un reddito di poco superiore ai 21mila euro nel 2019. Deve far riflettere che tale dato sconfortante, salvo rarissimi casi, è comune a tutti i colleghi degli altri circondari ed ancora più evidente per i colleghi dei distretti meridionali. In tale contesto di precarietà consolidata, dove ben 93mila avvocati hanno un reddito annuo compreso tra zero e 10mila euro, è il dato del 2018, non stupisce la perdita di credibilità dell’intera categoria nel tessuto sociale. Verrebbe da chiedersi se è ancora l’avvocato, per definizione il difensore dei diritti degli ultimi, il rappresentante necessario ed imprescindibile delle professioni liberali, il punto di riferimento di ogni cittadino nella società civile».

Negli ultimi mesi negli uffici del Tribunale del capoluogo della Basilicata si incontrano ex avvocati, vincitori di concorso nell’amministrazione giudiziaria. «La crisi generazionale dell’avvocatura – commenta Napolitano – è comprensibile anche leggendo i dati dell’ultimo concorso per cancellieri esperti, che ha visto tra i vincitori per lo più avvocati che hanno dignitosamente deciso di lasciare la toga per avere in cambio una tanto anelata continuità retributiva e previdenziale. La maggior parte di costoro sono donne in un’età compresa tra i quaranta ed i cinquanta anni.

Nel circondario di Potenza, fino al mese di luglio, su trenta cancellazioni, ventidue hanno riguardato colleghe, con buona pace della agognata parità tra avvocati ed avvocate, laddove queste ultime incontrano ancora serie difficoltà nel potere esercitare la professione forense con le stesse opportunità dei colleghi uomini». Riporre la toga nell’armadio è una scelta comprensibile e rispettabilissima. «Quanto si sta verificando – riflette il presidente del Coa – non comporta alcun giudizio di valore, se non la presa d’atto di un fallimento generazionale dovuto forse alle mancate riforme che da decenni la nostra categoria sta richiedendo. Penso ad una riforma universitaria con cui programmare l’accesso alle professioni forensi. Penso ad una riforma seria e definitiva dell’esame di abilitazione alla professione che possa garantire l’ingresso a coloro che dimostrino di avere una preparazione completa scegliendo di dedicare il proprio avvenire alla professione da avvocato».

Un futuro, dunque, con sempre meno avvocati? Napolitano teme questa eventualità e con il garbo che contraddistingue il suo modo di esporre il suo pensiero si scusa quasi con l’interlocutore. «Lo dico senza grande rammarico», dice. «Per troppo tempo – prosegue – noi avvocati abbiamo acconsentito affinché la nostra fosse una professione per tutti. Non voglio essere frainteso, però. È fuori di dubbio che chiunque debba avere l’opportunità di accedere alla professione. Trovo meno giusto che tale professione sia stata considerata una professione adatta a tutti. Lo dicono i dati che fanno intendere la dimensione del problema. Credo che ora sia giunto il momento di riappropriarci della nostra credibilità. L’iscrizione all’albo degli avvocati non è un parcheggio in attesa di tempi migliori. Per diventare avvocati c’è bisogno di passione, di studio approfondito, di infinita pazienza ed abnegazione. Come disse Fulvio Croce: “Non si fa l’avvocato, si è avvocato”».

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