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Come salvare la professione forense in cinque mosse facili

L'avvocatura ha mostrato di non essere particolarmente incline ad accettare i cambiamenti, sentendosene vittima e non artefice, preferendo resistere alle novità mediante i tradizionali strumenti giuridici che è capace di governare.
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La panoramica sui Consigli degli Ordini circondariali che il Dubbio ha offerto nelle uscite agostane, ha suscitato una grande attenzione nei lettori, focalizzata sul fenomeno sviluppatosi nel 2021 della contrazione delle richieste di iscrizione all’Albo e contestualmente sulle domande di cancellazione motivate dall’abbandono della libera professione.

Diverse le ragioni esposte con cruda sincerità e coraggio di analisi da parte dei Presidenti dei COA intervistati: la riduzione dei guadagni, la penuria di occasioni di lavoro, l’eccessiva concorrenza numerica degli avvocati rispetto al fabbisogno, i gravissimi difetti del funzionamento della macchina giudiziaria, la generale perdita di fiducia nel sistema giudiziario.

Quel che è più grave è che a lasciare l’avvocatura non siano giovani di fresca abilitazione ma professionisti maturi e d’esperienza. Si tratta della delusione rispetto alle aspettative professionali ma anche di una crisi d’identità di fronte a cambiamenti radicali nella dimensione sociale ed economica, ancor prima che lavorativa. Eppure la necessità di regolamentazione non è certo venuta meno, e la messe di provvedimenti normativi non conosce pause, né a livello nazionale né a livello europeo. E da parte dell’utenza pubblica o privata non manca la necessità di avvalersi di chi ha le competenze tecniche per interpretare ed applicare queste norme.

Può essere d’aiuto ricordare che in un passato non ancora remoto i molti avvocati, specialmente giovani, che si occupavano di infortunistica stradale o locazioni immobiliari, si videro cambiare le prospettive di occupazione dall’introduzione dell’indennizzo diretto e dalla riforma delle locazioni, così come in epoca a noi più prossima, l’avvocato familiarista si è non poco impensierito per le soluzioni “fai da te” di cui al DL 132/2014. Oggi le varie formule di car e bike sharing, il rent to buy ed altre formule creative di locazione, la negoziazione assistita in ambito familiare, offrono occasioni di intervento senz’altro professionalmente interessanti.

Una società in evoluzione (prescindendo in proposito da valutazioni di valore etico) offre costantemente nuovi ambiti di confronto giuridico e, di pari passo, occasioni di intervento del professionista del diritto in sede amichevole o contenziosa, con tutta la correlata gamma di strumenti per la risoluzione delle controversie, molti ancora poco sperimentati. Chi avrebbe mai pensato, sino a non molto tempo fa, che materie come la protezione dei dati, l’antiriciclaggio, l’immigrazione, l’energia, potessero divenire ambiti di “specializzazione” peraltro incentrata sulla consulenza ed assistenza ai clienti? Chi avrebbe immaginato la nuova platea di possibili clienti o controparti come i riders, gli influencers, gli Youtubers? Gli esempi potrebbero continuare. In diverse occasioni l’avvocatura ha mostrato di non essere particolarmente incline ad accettare i cambiamenti, sentendosene vittima e non artefice, preferendo resistere alle novità mediante i tradizionali strumenti giuridici che è capace di governare.

Si tratta di un atteggiamento comprensibile perché si cerca la certezza del diritto, chimera di ogni giurista, non nel futuro ma nelle consolidate formule ed interpretazioni del passato. Anche il medico propone le cure già sperimentate mentre è critico verso i nuovi rimedi, che possono però rivelarsi migliori di quelli tradizionali e più efficaci rispetto ad un mutato quadro clinico, oppure indispensabili, come un vaccino contro una nuova malattia. Riuscire a ragionare in termini di occasioni ed opportunità non equivale ad accaparrarsele ma pone in una prospettiva propositiva e induce a mettersi in gioco. Di qui comincia la capacità di affrontare – e vincere – i cambiamenti: la resilienza di cui oggi si parla tanto.

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