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«Il Tribunale di Monza è sottorganico. Così è difficile lavorare bene»

Continua il nostro viaggio nell'avvocatura, oggi con tappa a Monza. Enrica Michela Malberti, vicepresidente del Coa brianzolo: «L’intero sistema è paralizzato, nonostante gli sforzi della dirigenza e da questo Ordine. siamo preoccupati per le nuove generazioni»
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Chiudere gli occhi di fronte ai problemi che affliggono la giustizia significherebbe fare un torto prima di tutto ai giovani che da poco hanno iniziato a svolgere la professione forense e a coloro che vorrebbero indossare la toga. Enrica Michela Malberti, vicepresidente del Coa di Monza (1950 iscritti, di cui 1111 donne), è molto schietta nell’analizzare il momento e lo fa con l’esperienza di chi ogni giorno si confronta con una macchina giudiziaria che dovrebbe viaggiare ad una velocità doppia, se non tripla, rispetto a quella attuale.

La pandemia ha fatto emergere le criticità del passato, che in molti, adesso, dicono di voler e saper risolvere. Malberti – l’Ordine monzese è presieduto dall’avvocato Vittorio Sala – accende i riflettori sullo stato in cui versa il Tribunale brianzolo (si veda anche Il Dubbio del 22 giugno 2021). «Credo – dice – che il nocciolo della questione, e il vero vulnus, stia proprio nell’apertura della fase post pandemica. Una fase che, sinceramente, non credo sia iniziata, né possa iniziare per il nostro ufficio giudiziario. Attualmente stento a parlare e ragionare di un futuro per l’avvocatura monzese, non ravvisando quelle basi e quegli strumenti necessari all’auspicata ripartenza. Non temo smentite, né accuse di esagerazione, se affermo che l’emergenza pandemica ha significato per il Tribunale di Monza, e conseguentemente per il nostro Ordine, l’apertura di una fase di estrema criticità, acuendo e dimostrando tutte le carenze e le scoperture di cui già pativa da molti anni. Criticità tali da aver paralizzato l’intero sistema, nonostante gli sforzi costantemente profusi dalla dirigenza e da questo Ordine, anche in termini economici».

A detta dell’avvocata Malberti, le analisi legate alle condizioni in cui operano gli avvocati di Monza non possono non tenere conto dei dati del Tribunale. «Volendo dare una dimensione numerica – evidenzia -, non ci si può esimere dal porre in rilievo come la scopertura parta già dal personale giudicante. Innestato in uno dei territori più produttivi del panorama italiano, il Tribunale di Monza, pur collocandosi al sesto posto per bacino di utenza e per affari trattati, precipita vertiginosamente nelle statistiche nazionali, attestandosi solo al ventunesimo posto come organico di magistrati. Privo attualmente anche del proprio Presidente, in ragione dell’imminente pensionamento della dottoressa Laura Cosentini, cui, invero vanno tutti nostri più sentiti ringraziamenti per tutti gli sforzi profusi nel corso del suo incarico dirigenziale. A ciò si aggiungano anche i recenti trasferimenti dal settore penale che hanno fortemente complicato anche la formazione dei collegi giudicanti. Tale scopertura si accompagna a quella, ancor più drammatica, del personale amministrativo».

Attualmente, a fronte di una pianta organica stimata in 152 unità, risultano in forze all’ufficio giudiziario solo 86 unità operative, sebbene oggi in lavoro agile cinque giorni su cinque, di cui dieci in condizioni di fragilità. Ma non finisce qui. Nel Tribunale manca il dirigente amministrativo da ormai un anno e le previsioni di rimpiazzo sono del tutto inesistenti. In queste condizioni per gli avvocati lavorare con serenità e proficuamente diventa una vera e propria impresa. «Oggi – commenta Malberti -, non vi sono reali possibilità di assicurare un accesso alla giustizia in tempi ragionevoli ed accettabili, con conseguente impossibilità per gli avvocati di esercitare la propria professionalità con conseguenze per tutta la collettività e per il tessuto produttivo».

«Dinanzi al Tribunale di Monza occorrono almeno otto mesi per la celebrazione di un’udienza di sfratto. A causa della congestione creatasi e dell’assenza di personale, che, qualora in smart working, hanno, salvo rare dotazioni da parte del ministero, difficoltoso accesso ai sistemi informatici, gli scarichi delle cosiddette buste virtuali, indispensabili al processo telematico civile, sono cronicamente in ritardo rispetto alla celebrazione delle udienze. A volte anche di mesi, con la conseguente necessità di sospendere o contingentare gli accessi alle cancellerie, con le immaginabili ricadute in termini di produttività e ripartenza del contenzioso in presenza».

Immaginare la famosa ripresa post pandemica in tale contesto significherebbe essere ben più che ottimisti. «Per la giustizia monzese – afferma la vicepresidente del Coa – il vaccino non è ancora stato prodotto. Tale paralisi ha indotto il nostro Consiglio dell’Ordine, rimasta inevasa ogni richiesta inoltrata al ministero ed alle istituzioni apicali per i canali ufficiali, oltre a farsi carico del costo di due risorse da distaccare presso gli uffici più compromessi, ad adottare iniziative più clamorose. Prova ne è la pubblicazione, proprio sul Dubbio, così come su altre testate a diffusione nazionale, di una lettera aperta alla ministra della Giustizia, al presidente del Consiglio e al presidente della Repubblica».

Il Coa di Monza, nonostante la situazione descritta, continuerà a fare ogni sforzo affinché gli iscritti possano migliorare le proprie condizioni di lavoro. In questo scenario, fare l’avvocato diventa una missione complicata. «Guardiamo con preoccupazione alle nuove generazioni – prosegue l’avvocata Malberti -, consci della circostanza che il superamento dell’esame di Stato, in sé e per sé invariato da anni nelle sue modalità di espletamento, è solo il primo di molteplici ostacoli che dovranno essere affrontati per l’inserimento in un contesto sociale e di mercato, sicuramente già saturo e compromesso».

«Non può essere sottaciuta la complessità del percorso, il quale si snoda in un arco di tempo che ormai relega la professione forense, in un ruolo elitario e marginale, consentito a coloro che abbiano i mezzi e le possibilità, non solo per portare a termine il periodo del praticantato, il cui svolgimento, mai regolamentato dal punto di vista economico, risulta ormai frammentato in differenti modalità, talvolta penalizzanti rispetto al precipuo scopo di apprendimento, ma anche per reggere l’impatto con una realtà che, molto spesso ed ancor più per i giovani professionisti è assai avara di soddisfazioni economiche».

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