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Il presidente del Coa di La Spezia: «Non possiamo più avere l’avvocato “tuttofare”»

Enrico Angelini, presidente del Coa: «La liberalizzazione ha impoverito l'intera categoria. molti non riescono ad avere le risorse necessarie per ottemperare ai propri impegni»
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La Spezia, con la sua importante storia di città di mare, è la prima tappa di questa settimana del nostro viaggio negli Ordini degli avvocati. Per la sua felice posizione geografica e per la sua vocazione il capoluogo ligure ha sviluppato negli anni varie specializzazioni giuridiche, nonostante le dimensioni del Foro.

Il Coa di La Spezia, presieduto dall’avvocato Enrico Angelini, conta 805 iscritti (389 donne e 416 uomini). I praticanti sono invece 151. Il numero complessivo dei legali ha subito una contrazione rispetto agli ultimi anni, complice un calo delle iscrizioni alle facoltà giuridiche nelle Università di Pisa e Genova, atenei di riferimento.

«Nel corso degli ultimi anni – dice al Dubbio Enrico Angelini – l’esercizio della professione di avvocato è divenuto più difficile. La cronica carenza di personale amministrativo nei Tribunali e di un numero di magistrati adeguato alle esigenze, ha prodotto, quale risultato, un sistema in costante affanno, che non riesce a garantire risposte adeguate alle istanze dei cittadini. Per questo è stato oggetto di reiterate condanne ad opera delle istituzioni sovranazionali».

Angelini si sofferma sui mutamenti profondi ai quali è andata incontro negli ultimi venticinque anni la professione. Qualcuno, in passato, usando toni quasi sprezzanti, parlò di “proletariato forense”, lamentando un numero eccessivo di toghe in Italia. Un’analisi sin troppo frettolosa e dura. «L’aumento vertiginoso degli avvocati iscritti, avvenuto a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso – riflette Angelini -, ha determinato un aumento dell’offerta, al quale troppo spesso non è corrisposto uno standard qualitativo adeguato. All’istituzione dell’obbligo formativo avrebbe dovuto fare seguito un serio programma di specializzazione, ancora oggi mancante, e senza il quale gli avvocati appaiono una categoria spesso magmatica e indefinita, nell’ambito della quale è difficile comprendere le specifiche attitudini».

Il tema dell’avvocato che debba e sappia fare tutto emerge chiaramente nel ragionamento del numero uno degli avvocati spezzini: «Un avvocato “tuttofare” offre un pessimo servizio e, spesso, un altrettanto pessimo risultato. Sotto diverso profilo, gli interventi di cosiddetta liberalizzazione hanno progressivamente impoverito l’intera categoria. La realtà è che molti avvocati non riescono ad avere neppure le provviste necessarie per ottemperare ai propri impegni».

Il Coa della Spezia non è stato risparmiato dalle cancellazioni dall’albo di alcuni legali vincitori di concorso nella Pubblica amministrazione. «Non sono mancati – afferma Angelini – diversi colleghi, anche di esperienza ultraventennale, che hanno partecipato e vinto concorsi pubblici e si sono cancellati dall’albo, abbandonando così la toga. In realtà quest’anno si tratta di cinque casi. È un fenomeno, mai riscontrato prima, che addolora. Anche se è stata una scelta ragionata e non deve essere necessariamente considerata una reformatio in peius, ma l’inizio di una nuova carriera soddisfacente, viene da considerare che al prestigio della professione si è sostituita la tranquillità economica garantita da uno stipendio, che la toga di avvocato non offre più». Questa situazione potrebbe essere considerata prodromica di altri profondi cambiamenti nella professione forense? A detta di Enrico Angelini, sì. «È verosimile – prosegue – che nel tempo il numero degli avvocati diminuisca. Questo, sempre attingendo a logiche commerciali, ma, badiamo bene, non è una nota negativa, anche in considerazione del fatto che gli interventi normativi succedutisi nel tempo sono in larga parte proiettati a ridurre il contenzioso e, quindi, a ridurre la domanda».

Da queste considerazioni il presidente del Coa trae ottimismo e trova gli spunti per proposte costruttive, che, soprattutto in questo momento, non devono mai mancare. Anzi, devono sempre alimentare il dibattito nell’avvocatura. «La contrazione degli iscritti – commenta – dovrà essere l’occasione per dare lo slancio ad un intervento di riqualificazione della professione, che associ ad una maggiore preparazione e specializzazione, una tutela adeguata per il prestigio dell’avvocato».

Per quanto concerne gli interventi connessi al Pnrr, il presidente del Coa è prudente: «Non è possibile preventivare oggi gli effetti del piano di ripresa e resilienza. Sicuramente l’iniezione di denaro garantita dai finanziamenti consentirà all’intero sistema di aggiornarsi e di essere finalmente al passo con i tempi. Occorre tuttavia vigilare, perché troppo spesso il legislatore, soprattutto negli ultimi anni, non esita a sacrificare diritti e garanzie in nome dell’efficienza del sistema e a discapito dei cittadini».

Anche il presidente della Camera civile della città ligure, Virginio Angelini, già professore incaricato di Istituzioni di Diritto romano nell’Università di Pisa, si sofferma sulle aspettative derivanti dalle risorse destinate alla giustizia per fronteggiare la fase del dopo pandemia. «Il Piano nazionale di ripresa e resilienza – evidenzia il presidente dell’Uncc di La Spezia – ha la ambizione di riformare l’intero sistema della giustizia civile per arrivare all’obiettivo di ridurre i tempi delle cause vale a dire il 40 per cento entro cinque anni. Al netto delle discutibili scelte sul rito, che rischiano di sacrificare la piena tutela dei diritti sull’altare della contrazione dei tempi, si è proposto di incentivare le procedure di giustizia complementare, come l’Alternative dispute resolution. In questo caso si può valorizzare il ruolo dell’avvocato per creare una sorta di “giurisdizione forense”, finalizzata a cercare di comporre i conflitti per non arrivare nelle aule di Tribunale. Soprattutto, bisogna dare impulso all’arbitrato, riportando il processo civile alle sue origini romanistiche di risoluzione della lite con impulso di parte, con poteri che le parti danno agli arbitri, preparando gli avvocati a diventare buoni arbitri. Quello che ha portato la avvocatura al momento di crisi che sta attraversando e di cui tutti sembrano accorgersi solo oggi, come ha sottolineato il Presidente delle Camere civili, Antonio de Notaristefani».

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