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La Lega moderata mette alle strette Salvini: i casi Durigon, Lamorgese e quota 100

salvini durigon
Il Carroccio moderato prende le distanze da ogni civettamento con l'estrema destra
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L’aspetto politicamente più significativo nelle dimissioni attese e infine arrivate dell’ex sottosegretario Durigon non è il fuoco di fila della metà della maggioranza spostata a sinistra, innescata dalla gaffe sulla dedica del parco di Latina al fratello di Mussolini ma più sostanziosamente corroborata dalle discutibili frequentazioni dell’ex sindacalista dell’Ugl.

Quello, in fondo, era repertorio. Molto meno prevedibili, e dunque tanto più incisive, le raffiche del fuoco amico, le critiche piovute anche dall’interno della Lega, le prese di distanza da ogni civettamento col neofascismo, di fatto la decisione di mollare il sottosegretario esplicitata quasi dalla frase pronunciata da Giorgetti una settimana prima del gran passo di Durigon: «Si dimetterà se lo chiederanno Draghi e la Lega».

Intendeva dire che non poteva essere il Pd a decidere, certo, ma tra le righe intendeva anche far sapere che quel “passo di lato” non sarebbe stato possibile senza il semaforo verde del partito dello stesso Durigon.

È possibile che si tratti solo di uno di quei giochi di potere tra aree interne che non mancano mai in nessun partito. È probabile che i leghisti doc guardino con qualche sospetto e molta diffidenza un dirigente arrivato dalla destra del Pdl. È certo che molti non volevano correre il rischio di essere messi in imbarazzo da quelle frequentazioni. Ma non è affatto escluso che il tiro al bersaglio su Durigon veicolasse un messaggio rivolto al più alto destinatario: al capo in persona, a Matteo Salvini. Perché in fondo il leader che ha impostato la strategia dello spostamento nelle vicinanze della destra confinante col neofascismo, e a volte sconfinante, è stato proprio lui, non certo Durigon.

Quella strategia era al di sopra di ogni critica sino a che riempiva i forzieri del consenso con punte estreme intoro al 33- 34 per cento nei sondaggi. Lo è molto meno ora che l’elettorato di destra sedotto dal “Capitano” sta tornando sotto le bandiere tricolori di FdI.

La posizione di Salvini è ancora salda. Si tratta pur sempre del leader che ha fatto di una Lega agonizzante quello che nei sondaggi è a tutt’oggi il primo partito, pur se al fotofinish. Ma gli scricchiolii ormai si avvertono senza bisogno del cornetto acustico e i prossimi mesi potrebbero essere fatali. L’insistenza sulle dimissioni della ministra Lamorgese, quasi si trattasse di un risarcimento per quelle di Durigon, è disarmante. Non solo perché le due situazioni sono tanto diverse da risultare non commensurabili ma anche perché quelle dimissioni Salvini non le otterrà e concluderà così il match con una doppia sconfitta.

Il peso del fattore quota 100 non sembra essere stato ancora compreso appieno dai commentatori politici. Quota 100 sta alla Lega come la riforma Bonafede stava ai 5S: è il fiore all’occhiello, la bandiera da sventolare, l’unica delle promesse fatta in campagna elettorale parzialmente mantenuta.

Il Movimento ha dovuto sacrificare quel vessillo, ma lo ha fatto ottenendo almeno modifiche della riforma Cartabia significative nella sostanza e in grado di essere rivendute come un successo sul piano decisivo dell’immagine. Non è affatto sicuro, e non è neppure probabile, che a Salvini riesca lo stesso gioco di prestigio, senza il quale un governo con ministri leghisti e sostenuto dalla Lega sarà quello che ripristinerà la riforma più odiata dalla Lega e dalla base leghista, la Fornero. Parlare di disastro sarebbe in questo caso puro understatement.

Le amministrative, salvo possibile ma improbabili miracoli, saranno anche più devastanti. Salvini non è solo il capo della Lega, è o dovrebbe essere anche il leader della coalizione. La responsabilità di un eventuale “cappotto”, cinque a zero nelle grandi città, o di una sconfitta mitigata appena dal punto della bandiera, quattro a uno con la conquista di Torino, ricadrà giustamente tutta sulle sue spalle. Perché se è vero che sono le divisioni e la competizione cieca all’interno del centrodestra a rendere molto concreti quei rischi, è anche vero che stava a leader della coalizione tenere quelle spinte autolesioniste sotto controllo.

Salvini, infine, potrebbe dover subire l’onta di un sorpasso da parte della competitor Meloni. Sarebbe la goccia finale e a quel punto non si potrebbe più parlare solo di “scricchiolii”.

 

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