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Arnau: «Basta piangerci addosso: l’avvocatura non è in crisi, sta solo cambiando…»

Leonardo Arnau, presidente del Coa di Padova: «Sbagliamo ad autocommiserarci, anziché impegnarci a restituire credibilità alla nostra professione»
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L’Ordine degli avvocati di Padova, con i suoi 3611 iscritti, è il più grande dell’Unione Triveneta dei Coa e di tutto il Nord-Est. Il quarto per numero di iscritti del Nord Italia. Nel capoluogo veneto, come riconosciuto da più parti, operano alcuni dei migliori avvocati d’Italia. A contribuire a tale reputazione è senza dubbio l’Università, che il prossimo anno festeggerà ottocento anni di vita.

Tra gli avvocati illustri di Padova citiamo la presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati Alberti, Andrea Ostellari (Presidente della Commissione Giustizia del Senato), Piero Longo e Niccolò Ghedini (difensori di Silvio Berlusconi), Giovanni Chiello (penalista, storico presidente dell’Ordine e decano dell’avvocatura padovana) ed il professor Marcello Fracanzani, nominato nel 2018 dal Csm giudice della Corte di Cassazione “per meriti insigni”.Nella “Urbs picta”, da poche settimane inserita nel patrimonio dell’umanità, abbiamo avuto modo di parlare con il presidente del Coa, Leonardo Arnau, giurista fine e al tempo stesso professionista attento ai numeri che sciorina con dimestichezza. I dati sono fondamentali per comprendere meglio la realtà, interpretarla e predisporre ogni intervento utile in questo momento di ricostruzione post pandemica, dove molti avvocati stanno guardano con preoccupazione al loro futuro.

«Oltre il 61 per cento dei colleghi a livello nazionale – evidenzia Arnau -, circa il 50 per cento a Padova, con 1498 richieste, e nel Veneto, che hanno avuto accesso al reddito di ultima istanza, lo hanno fatto con la consapevolezza che ciò sarebbe bastato solo a guadagnare tempo, confidando in un rapido ritorno alla normalità. L’aggiornamento dei dati sull’avvocatura al 2020, diffusi da Cassa Forense, porta a 231mila il numero degli avvocati attivi iscritti a Cassa, vale a dire quasi quattro avvocati attivi ogni mille abitanti, in Veneto 2,6 ogni mille abitanti. Siamo infatti più di 12mila per 4milioni e 800mila abitanti della regione». Per quanto riguarda il reddito professionale medio (l’anno di riferimento è il 2019), il valore nazionale è di poco più di 40mila euro. In Veneto invece è pari a 48.830 euro. La provincia più ricca è Belluno (55.258 euro), a Padova il reddito è pari a 49mila euro, mentre a Rovigo ci sono i redditi “più leggeri” (35.269 euro). Questi numeri, secondo il presidente Arnau, vanno letti con distacco emotivo. «Accedere alla nostra professione – dice – e poi esercitarla in modo autorevole non è mai stato semplice. Il nostro ruolo costituzionale è complesso, così come è complicato l’ingresso nella professione, sia in termini formativi, che per il non semplice superamento dell’esame di Stato. La crisi pandemica ha inciso negativamente su un corpo sociale già fiaccato economicamente, ma non rappresenta il fattore di innesco di un incendio che, a ben vedere, era già in atto».

L’indagine Censis sull’avvocatura ha rilevato che il 70 per cento degli avvocati considera la propria situazione lavorativa abbastanza critica o addirittura molto critica ed il 43 per cento ritiene che vi sia poco lavoro con un futuro professionale incerto. Una situazione che ha indotto il Coa di Padova ad intervenire con pragmatismo. «Il nostro Ordine – commenta Arnau -, unico in Italia, ha deliberato di dimezzare, per l’anno 2020, gli importi delle quote di iscrizione all’albo. Il tutto nella consapevolezza del valore limitato, pro capite, di tale contributo a contenimento dei costi, ma volendo comunque restare ancorati a quello che concretamente poteva essere fatto dal Consiglio al servizio degli iscritti e loro alleato. Vorremmo, infatti, che l’Ordine non venga inteso come un registro o un albo, al quale dobbiamo essere obbligatoriamente iscritti, ma il luogo ideale di riferimento e di servizio per i colleghi e per i cittadini, per tutti coloro che guardano a tale istituzione per trovare risposte ai propri bisogni».

Capitolo concorsi pubblici e fuga dall’avvocatura. Con lo sblocco delle assunzioni nella PA anche a Padova si è verificata – segnala il presidente del Coa – «una significativa migrazione di avvocati anche con più di quindici anni di esperienza e tra di essi molte donne, verso ruoli amministrativi del Ministero della Giustizia o in altri settori affini». Non mancheranno avvocati del Foro patavino che parteciperanno al concorso per funzionario degli uffici per il processo. Lasciare la toga per lavorare come dipendenti della PA è un passaggio alcune volte doloroso. «Molti colleghi – afferma Arnau – hanno salutato la professione con amarezza e rimpianto, indirizzando al nostro Consiglio lettere di commiato toccanti, significando il proprio orgoglio nell’avere indossato la toga. Si tratta di un apporto indiretto, di elevata qualità, che l’avvocatura fornirà al funzionamento del sistema giustizia, senza dimenticare che, anche oggi, quasi sempre Got e Vpo sono avvocati, senza i quali sarebbe di fatto impossibile celebrare i processi». I cambiamenti che stanno investendo l’avvocatura inducono diversi presidenti dei Coa, compreso Leonardo Arnau, a parlare di fenomeni di transizione condizionati dalla congiuntura economica.

La fuga dell’avvocatura, a suo dire, non è in atto. «Non possiamo sorprenderci – riflette il presidente degli avvocati di Padova – se, in particolare i giovani laureati in giurisprudenza, orientano diversamente le proprie scelte di ingresso nel mercato del lavoro. Mi piace ricordare, in occasione delle cerimonie dell’impegno solenne dei nuovi avvocati, come Piero Calamandrei, nel 1921, abbia dato alle stampe un libro intitolato “Troppi avvocati!”. Sono passati cent’anni da allora, ma di avvocati competenti, appassionati ed autorevoli ci sarà sempre bisogno. Sbagliamo ad autocommiserarci, anziché impegnarci a restituire credibilità alla nostra professione. Non penso che si stia delineando una reale fuga dagli albi professionali, quanto semmai una comprensibile rimeditazione di scelte professionali e di vita tese ad evitare la percezione di redditi inadeguati rispetto all’esercizio di una professione complessa e di grande responsabilità».

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