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Sull’Afghanistan e sul governo il Movimento 5 Stelle canta a tre voci

La crisi di Kabul è la cartina di tornasole delle differenze tra la visione politica di Beppe Grillo, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Un triumvirato destinato a esplodere
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Il Movimento 5 Stelle non parla, e probabilmente non pensa, con una voce sola. Neppure con due. La cartina di tornasole afghana fa emergere non solo le differenze per nulla superficiali in materia di politica estera ma anche, in maniera più velata, quelle relative ai rapporti con il governo. La frase a dir poco molto infelice di Giuseppe Conte sul regime talebano «dimostratosi abbastanza distensivo» non può essere derubricata a gaffe dettata dall’inesperienza, anche perché parlare di “inesperienza politica” dopo un triennio passato a palazzo Chigi significherebbe emettere una sentenza senza appello di inettitudine politica. Se Conte, come è possibile ma tutt’altro che certo, ha davvero regalato inavvertitamente quella patente di “distensività” ai talebani si è trattato non di “voce dal sen fuggita” o di distrazione ma di lapsus.

Dietro la facciata a tinte accese della propaganda curata da Rocco Casalino, Conte sa bene che la sfida con Grillo si è conclusa con una tregua, non con la sbandierata vittoria del futuro neoleader. I 5S sono oggi, nella migliore delle ipotesi, una diarchia e si sa che sul tema della politica estera Grillo è particolarmente restio a delegare a chicchessia l’ultima parola. L’uscita apparentemente incomprensibile dell’ex premier si spiega con la necessità di garantire la pace armata con il fondatore. Nella stessa giornata, infatti, Grillo ha fatto uscire sul suo blog un lungo intervento firmato dall’ex ambasciatore Torquato Cardilli che bersaglia tra gli altri anche Conte e Di Maio, gli «yes men».

Ce ne sarebbe abbastanza se non fosse che i monarchi pentastellati non sono due ma tre e il terzo, in veste di ministro degli Esteri di ritorno dalla spiagge salentine, è stato il primo a bacchettare Conte ricordandogli che una cosa sono le parole e un’altra i fatti, in effetti ben poco “distensivi”. Di Maio, si sapeva ed è confermato, non ha alcuna intenzione di bruciare la credibilità internazionale che sta costruendo dopo le intemperanze giovanili, ai tempi del governo gialloverde, per scagliarsi come Cardilli contro gli Usa o per strizzare l’occhio ai talebani come ha finito per fare l’ex premier sulla scia di Grillo.

Potrebbero sembrare distinguo essenzialmente limitati alla politica estera, capitolo peraltro non precisamente secondario, ma non è così. I tre leader del Movimento rappresentano tre modi di porsi rispetto al governo che sostengono e di cui fanno parte molto diversi tra loro e che compongono di conseguenza alleanze a geometrie variabili. Conte, nel triumvirato, è di gran lunga il meno governista. Fosse per lui e la sua guardia d’onore i toni del Movimento sarebbero ben più critici e la stessa permanenza al governo potrebbe essere messa in forse. Lo scontro con Di Maio, nella giornata chiave del braccio di ferro sulla riforma della giustizia, è da questo punto di vista più che eloquente. L’appoggio di Di Maio al governo Draghi è conseguente al suo “governismo” complessivo, al progetto di trasformare definitivamente il Movimento in una forza moderata, considerata affidabile tanto nelle capitali internazionali quanto nei circoli di potere italiani. Per Conte, almeno in questo momento, è più importante rinsaldare il Movimento, trasformarlo in partito, anzi nel “suo” partito, evitare un’esplosione che resta latente, recuperare almeno in parte i consensi salassati dalle esperienze di governo dopo il 2018.

L’asse tra Grillo e Di Maio è in questo momento evidente. I due condividono, oltre alla necessità di limitare l’invadenza di Conte, anche la decisione di scommettere sul governo Draghi senza retropensieri. Ma quello di Grillo non è affatto un governismo permanente e progettuale. Dei tre è al contrario quello più sinceramente legato alle radici del Movimento o del poco che ne resta, quelle piantate da lui stesso e da Gianroberto Casaleggio. Non si tratta solo di tre leader o di tre distinte sfumature progettuali ma di visioni e prospettive diverse e solo in parte conciliabili che implicano modi diversi di porsi nei confronti del governo Draghi. È quasi inevitabile che, quando la tregua armata attualmente in vigore si esaurirà, quelle tre visioni entrino in conflitto e scarichino le loro tensioni, come è già avvenuto, proprio sul governo Draghi.

 

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