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«La giustizia non riparte assumendo i “garzoni” di bottega dei giudici»

Antonio Tafuri, presidente del Coa di Napoli: «Non possiamo certo credere che la panacea dei mali sia l’assunzione a tempo determinato dei nuovi “schiavetti” del giudice»
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Quando si parla dell’avvocatura napoletana, il pensiero è rivolto a quelli che una volta venivano definiti i “principi del Foro”, capaci professionalmente ed in grado di affabulare con la loro arte oratoria. I tempi, è sotto gli occhi di tutti, sono cambiati. L’avvocatura è afflitta da problemi di vario genere e le preoccupazioni montano giorno dopo giorno. I legali partenopei, comunque, continuano ad essere tra i più apprezzati in Italia. Il loro senso di appartenenza è forte, così come il legame con chi si incontra quotidianamente in Tribunale: i magistrati.

Il vincolo intellettuale che storicamente anima il rapporto fra avvocati e magistrati a Napoli è custodito nella Biblioteca di Castel Capuano, inaugurata nel luglio del 1896. Qui è conservato un patrimonio librario di inestimabile valore, che racconta la storia dell’avvocatura partenopea e di una ex capitale. Ad accompagnarci nel nostro viaggio nel Foro partenopeo è l’avvocato Antonio Tafuri, presidente del Coa di Napoli. «Oggi – dice Tafuri – la posizione e la considerazione sociale dell’avvocato sono profondamente cambiate. In questo nuovo millennio le difficoltà risiedono, da un lato, in una diffusa diffidenza verso i professionisti e, dall’altro lato, nei tanti formalismi dei sistemi processuali, che aumentano il tasso di incertezza delle istanze. L’avvocatura deve convincersi che fare l’avvocato oggi è tutt’altro rispetto a vent’anni fa e che la nostra professione deve modernizzarsi per restare al passo coi tempi».

Il 6 agosto scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il bando per il reclutamento, a tempo determinato di 8.171 addetti all’ufficio del processo. Il termine di scadenza per la presentazione delle domande è il 23 settembre prossimo. Al distretto della Corte d’appello di Napoli è stato riservato il maggior numero di posti in Italia (956). Una ghiotta occasione per gli avvocati desiderosi di cambiare vita lavorativa. Il tema degli avvocati che preferiscono partecipare ai concorsi pubblici è uno dei fili conduttori del nostro viaggio nei Fori del Belpaese. Pure a Napoli sono tanti gli avvocati che cercano di conseguire un posto fisso nella PA per mettersi alle spalle una quotidianità diventata sempre più complessa. «Conosco personalmente – commenta Tafuri – alcuni colleghi che hanno superato il concorso di cancelliere. Comprendo perfettamente la scelta e credo che questa sia una soluzione al più grosso problema della nostra professione e cioè all’incertezza del proprio futuro. Non si tratta tanto di arrivare alla fine del mese, quanto piuttosto di avere prospettive per sé e aspettative effettivamente da coltivare per i propri familiari. Sono molto sincero quando, insieme al dispiacere per non avere più fra le nostre fila colleghi validi e preparati, esprimo loro rallegramento per il raggiungimento di una stabilità che obbiettivamente la nostra professione non dà. A Napoli la situazione economica, sempre in bilico e tendente alla depressione, rende la vita degli avvocati particolarmente difficile. Sono tanti quelli che devono quotidianamente sbarcare il lunario e purtroppo molto spesso non sono sufficienti elementi come la preparazione e la serietà per cui, vista l’enorme concorrenza, non è sorprendente che tanti colleghi provino ad aprirsi strade e storie alternative» Sempre meno toghe, dunque, in una città che ha espresso ed esprime il meglio dell’avvocatura? Tafuri spera in un miglioramento della situazione. «Non sono pessimista sul nostro futuro – afferma -, a patto che si riesca a cogliere l’esigenza di cambiare, anche con il coraggio di abbracciare nuovi valori e nuovi principi etici. Per esempio al recente congresso nazionale si è parlato della soluzione del tema della monocommittenza, anche con il superamento della incompatibilità con la subordinazione. Oggi se ne parla ancora poco e ciò dimostra che le coscienze devono maturare ma il sol fatto che l’argomento sia stato posto vuole dire che la riflessione è partita e avrà sviluppi. Questo è solo un esempio, ma mi fa pensare e dire che gli avvocati, sotto vesti diverse e in forme nuove, esisteranno sempre e torneranno ad avere un ruolo centrale nella società e nell’economia». Al presidente del Coa non piace parlare di “fuga dalla professione”: «Il numero, che resta alto, di nuove iscrizioni, superiore alle cancellazioni, smentisce queste affermazioni e dimostra che l’attrattività dell’avvocatura è intatta». Sono cambiate le condizioni, questo è sotto gli occhi di tutti. «Sono più difficili – prosegue -, i costi sono altissimi, i rapporti con la committenza sono spesso critici. Nel nostro osservatorio napoletano siamo molto attenti ai bandi di gara che violano la legge sull’equo compenso. Questa comunque è solo la cruna dell’ago, perché ciò di cui la categoria ha bisogno è la reintroduzione dei minimi tariffari inderogabili, di reali forme di tutela verso la committenza forte e di una previdenza sostenibile. Ritengo che queste siano le priorità, che, se affrontate senza pregiudizi, possono restituire all’avvocatura il ruolo di punto di riferimento per la tutela della legalità».

Non basta il Pnrr per essere felici. Il presidente del Coa Napoli ne è convinto fermamente. Con la schiettezza che lo contraddistingue ritiene che tanti proclami vengano fatti passare per soluzioni in grado di migliorare la vita di tutti noi. «Riponiamo – conclude Tafuri – forti speranze nelle iniezioni di danaro che provengono dal Pnrr e dal Recovery fund. Dobbiamo essere franchi nell’esprimere delusione dalla riforma del processo penale e dalle quasi certe modifiche del processo civile, targate governo Draghi».E ancora: «Non possiamo certo credere che la panacea dei mali sia l’assunzione a tempo determinato dei nuovi “schiavetti” del giudice o l’introduzione di preclusioni che solo il giudice potrà discrezionalmente allargare. Le nostre speranze, che per cultura e ruolo nella società siamo obbligati a coltivare, vanno riposte allora nella generale ripresa economica del Paese». Infine la usa ricetta: «Deve essere innescata la fiducia, motore essenziale e imprescindibile per attivare circoli virtuosi anche nel rapporto, oggi molto critico, tra lo Stato e le professioni e, in particolare, tra il cliente e l’avvocato».

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