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Armetta: «Fuga dalla professione forense? I numeri cresceranno ancora…»

Parla Antonello Armetta, presidente del Coa di Palermo: «Il maggior numero di cancellazioni riguarda le colleghe che devono essere tutelate di più per la maternità»
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Prosegue il nostro viaggio nei Fori italiani. Da Nord a Sud i presidenti degli Ordini degli avvocati concordano su un punto: il livello della professionalità si alza con le specializzazioni. Il momento apparentemente di sosta consente a tanti presidenti dei Coa di programmare l’imminente ripresa delle attività.

Numerosi i temi da affrontare: la fuga dalla professione con le opportunità offerte dai concorsi anche nell’amministrazione giudiziaria, le riforme nel civile e nel penale, gli investimenti derivanti dal Pnrr. Senza tralasciare i rapporti con le università. Proprio da quest’ultimo punto inizia la nostra conversazione con Antonello Armetta, da qualche mese presidente del Coa di Palermo, che lancia un appello alle istituzioni forensi. Solo se coese, le istanze del mondo dell’avvocatura potranno essere ascoltate ed essere prese seriamente in considerazione con la messa in campo di interventi concreti.

«Va costruito oggi – dice al Dubbioil futuro della professione, partendo dai rapporti con le università e dall’introduzione di insegnamenti professionalizzanti ed attività concrete, come a Palermo stiamo iniziando a fare. Sarebbe opportuno concentrarsi su nuovi spazi di mercato per gli avvocati, specie se al di fuori del processo e dell’attività meramente giudiziaria. Oltre un decennio fa, Prandstraller parlò di “meticciato” professionale. L’avvocatura in questo momento dovrebbe essere capace di essere il principale fornitore della consulenza professionale, troppo spesso appannaggio di altre categorie. Per fare questo il singolo deve studiare per imparare a fornire nuovi servizi, ma al contempo le istituzioni forensi devono spianare la strada, sia fornendo percorsi professionalizzanti, sia migliorando l’immagine dell’avvocatura nella collettività. Mi piace usare una espressione cui non siamo abituati, magari forte per alcuni. Dovremmo imparare a fare lobby».

L’Ordine di Palermo, con oltre cinquemila iscritti, è uno dei più grandi del Sud Italia. Anche qui non mancano avvocate ed avvocati che decidono di cambiare vita lavorativa, partecipando ai concorsi pubblici. «Diverse decine di colleghi – segnala Armetta – hanno presentato istanza di cancellazione per avere vinto i recenti concorsi, specie quello per il personale di cancelleria. In futuro ritengo che i numeri saranno destinati a crescere, come dimostrano i numerosi colleghi che ci contattano per avere informazioni in ordine ai tempi per ottenere la delibera di cancellazione. In questo momento non è ancora una emorragia, manteniamo un numero di iscritti costantemente superiore a 5200 e le cancellazioni sono praticamente pari alle nuove iscrizioni. Sono evidenti i sintomi di una scelta di campo che molti avvocati stanno facendo».

Meglio un pubblico impiego che una vita da avvocato è il comune denominatore di tanti avvocati destinati a diventare ex togati. «Qualcuno – prosegue il presidente del Coa di Palermo – può pensare che questo fenomeno sia il frutto di un normale riequilibrio di mercato, evidenziato dal calo di iscrizioni alle facoltà di giurisprudenza. Il problema invece esiste e la responsabilità è della politica, compresa quella forense. Non si è avuta la capacità di percepire per tempo cosa stava accadendo».

«Il crescente numero di iscritti agli albi, dagli anni Novanta in poi, avrebbe dovuto stimolare una seria riflessione volta a comprendere le conseguenze che ne sarebbero derivate per l’intera categoria. Non si trattava solo di visione strategica, ma di una lettura del possibile futuro dell’avvocatura e soprattutto degli avvocati. La politica, poi, ha consentito che le facoltà di giurisprudenza fossero in molti casi, specie al Sud, le uniche ad accogliere gli studenti senza numero chiuso, così creando generazioni di persone che dopo la laurea, in assenza di concorsi pubblici, sono state costrette ad intraprendere la professione forense quasi per necessità».

La fuga dall’avvocatura è il risultato di una selezione naturale sempre più feroce? A detta di Armetta, probabilmente sì: «La nostra professione è diventata, piaccia o no, un ammortizzatore sociale e a farne le spese sono stati soprattutto i più deboli, senza sostegno alle spalle, che oggi cercano una via di uscita da un mondo che non rappresenta la loro prima scelta. Le conseguenze di un tale meccanismo sono devastanti. C’è chi non vuole svolgere la professione, e lo fa solo per sopravvivere, e c’è chi desidera essere avvocato ma è costretto dal mercato a guardarsi altrove. A farne le spese, alla fine, sono solo i nostri colleghi. Questa è la cosa che addolora di più e che rende indifferibili i temi dell’accesso, della sostenibilità e del welfare della professione».

Un pensiero il presidente degli avvocati palermitani lo rivolge alle colleghe (in questo Coa la carica di vicepresidente è condivisa dalle avvocate Luisa De Giacomo e Simona Tarantino), ponendo un interrogativo: «Davvero pensiamo che basti un contributo parametrato su una sola parte dei redditi dell’anno precedente per consentire ad una collega di riprendere serenamente la professione dopo la maternità? È per questo che il maggior numero di cancellazioni riguarda proprio le colleghe. Molte preferiscono prepararsi per un concorso, vincerlo e magari, come nel caso di una collega che mi ha chiamato in questi giorni, trasferirsi con la propria famiglia e figli piccoli nel Nord Italia, compiendo una scelta di vita radicale che le permetterà però di gestire meglio la propria vita».

A questo ragionamento si innesta infine il rafforzamento del welfare per gli avvocati, che spesso si sentono lasciati a sé stessi o presi in considerazione solo in occasione delle scadenze per i versamenti previdenziali. «Cassa Forense – conclude Armetta – fa già molto con i bandi di assistenza. Penso possa e debba mettere a disposizione ancora più risorse nell’immediato futuro. È evidente come serva uno sforzo maggiore da parte dello Stato. Le esigenze solidaristiche, nonché quelle di garanzia della parità di opportunità nello svolgimento della professione, sono di altissimo rilievo e richiedono uno sforzo maggiore in un momento quale quello che stiamo attraversando».

 

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