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Reclusi a Santo Stefano dove pure l’Illuminismo perse il filo della ragione

Il carcere nacque nel 1793 come compromesso: apparentemente più umano e luminoso e contemporaneamente luogo di tortura pubblica
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All’entrata del penitenziario, l’architetto Francesco Carpi fece apporre come monito la frase latina: «Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis victa tenet, stat res, stat tibi tuta domus» e cioè: finché la santa Temi ( personificazione della giustizia per gli antichi greci) terrà avvinti in catene così tanti mostri, lo Stato e la tua casa saranno al sicuro.

Fu inaugurato il 26 settembre 1795 con i primi 200 detenuti, che presto divennero 900 – ben oltre la capienza regolamentare -, divisi in 99 celle tutte uguali, ciascuna delle dimensioni di quattro metri per due.

Parliamo del carcere di Santo Stefano, un penitenziario voluto dai Borboni costruito su misura per gli ergastolani in una piccola isola dell’arcipelago delle Pontine. La sua storia ha inizio nella seconda metà del secolo dei lumi, allorché si pensò di popolare le isolette con gente indesiderata della vicina costa napoletana, camuffando la deportazione interna come esperimento pratico di alcune idee illuminate del tempo. Uno sguardo seppure sommario a queste nuove idee che illuministi italiani ed europei portavano avanti serve meglio a comprendere le motivazioni che convinsero i sovrani a ripopolare le isole Ponziane.

Il Settecento fu infatti caratterizzato da un movimento ideologico e culturale che intese portare i lumi della ragione in ogni campo dello scibile umano, allo scopo di rinnovare non soltanto gli studi e le varie discipline, ma anche la vita sociale attraverso l’abolizione degli infiniti e secolari pregiudizi che impedivano il cammino della civiltà e si opponevano al progresso e alla felicità degli uomini. A questo movimento di rinnovamento non fu estranea la politica criminale e penitenziaria di quella vasta schiera di filosofi, giuristi, filantropi e criminologi, vanto dell’Illuminismo e della tradizione liberale europea. Da una giustizia inquisitoriale oscura e rigida – che puniva per il reato e per l’azione anche non commessa – si passa ad una giustizia trasparente che inizia a considerare l’uomo delinquente e non solamente il reato.

Però non era tutto oro ciò che luccicava. Se da una parte furono formulati i presupposti per una teoria giuridica del reato, delle pene e del processo sollecitando l’abolizione delle “stanze delle torture” e delle “segrete”, dall’altra si è creata come alternativa l’ergastolo a vita e i lavori forzati. In sintesi il ’ 700 è caratterizzato dalla nascita del carcere come alternativa alle sole torture e morte. Infatti la “questione carceraria” cominciò ad essere al centro di discussioni non solo accademiche, a livello europeo ( e non solo in Italia), ma fu oggetto anche di attenta analisi da parte di politici e giuristi illuminati.

L’autorità sovrana e la coscienza pubblica, però, al contrario dei giuristi, dei filosofi e dei filantropi, desideravano invece che il carcere fosse reso solamente sempre più crudele, tale da reggere il confronto prima con le pene corporali e le mutilazioni e dopo con la crudeltà dei numerosi sistemi di messa a morte nelle più svariate forme di spettacolarità. Era, in effetti, alquanto difficile affrontare e risolvere il problema carcerario dell’epoca in quanto se era vero che la pena carceraria doveva sostituire quella capitale, come suggerito dagli illuminati, la stessa in qualche modo doveva invece, per forza di cose e particolarmente per problemi di prevenzione generale, continuare ad avere carattere disumano, afflittivo, retributivo ed intimidativo. Una storia che si ripete ciclicamente e, sotto certi aspetti, anche nei giorni nostri.

Il carcere di Santo Stefano nacque come compromesso. L’architetto Carpi costruì il penitenziario abbandonando la tecnica punitiva della mortificazione del corpo nelle buie celle sotterranee cosiddette “segrete”, passando alla luminosità dando una parvenza di edificio pubblico, più umano ed al servizio sia della giustizia sia della società.

Contemporaneamente però garantiva i sovrani e buona parte della popolazione legata ad un sistema carcerario sempre più retributivo e intimidativo, capace di tranquillizzare le diverse correnti. Ed ecco che il penitenziario fu progettato secondo un modello panottico, che prevedeva un controllo visivo totale e costante dei detenuti, per ottenere il “dominio della mente su un’altra mente”, come teorizzato nel trattato Panopticon ( 1787), opera del filosofo inglese Jeremy Bentham ( 1748- 1832), coadiuvato dal fratello Samuel Bentham ( 17571831), ingegnere.

La struttura circolare si sviluppava intorno a un cortile, ed era ispirata ai gironi dell’Inferno dantesco. Nel cortile avvenivano ugualmente le punizioni corporali, vere e proprie torture che, a scopo di ammonimento, erano inflitte sotto gli occhi di tutti i detenuti, grazie proprio alla forma circolare. In corrispondenza dell’entrata la struttura circolare è interrotta da un edificio rettangolare, munito di due torri verso l’esterno e di una terrazza con due garitte verso l’interno.

Ai piani superiori di questo edificio alloggiavano il chirurgo, due medici, il farmacista, gli infermieri e i sorveglianti. Al piano terra si trovavano gli uffici della direzione, amministrativi e della matricola, i magazzini di vestiario ed alimenti, e la taverna, gestita da un privato ed aperta anche agli abitanti di Ventotene. Ad inaugurare le celle di questa struttura furono gli stessi reclusi: l’architetto Carpi li chiamava “disterrati”, ovvero coloro che sono stati fatti “dissotterrare” dalle segrete. Successivamente vi furono trasferiti sia criminali delle carceri cittadine sia rivoluzionari antiborbonici. Santo Stefano, sin dalla sua apertura, ha sofferto problemi di sovraffollamento ospitando detenuti in numero superiore alle proprie capacità.

A seguito dell’imprigionamento di circa cinquecento politici e rivoluzionari del 1799 ( epoca della rivoluzione napoletana), il penitenziario arrivò a contenerne poco meno di mille ( otto- dieci per ogni cella) su seicento posti disponibili. Tale numero si ridusse a circa ottocento cinquant’anni dopo, quando ospitò prevalentemente detenuti politici a seguito dei moti insurrezionali del 1840- 1850. Si ridurrà ulteriormente allorché le celle saranno suddivise in modo da potere attuare il sistema dell’isolamento individuale continuo dei soggetti e, quindi, per un massimo di duecento detenuti. Altri cento detenuti circa saranno relegati nei locali della nuova IV sezione, costruita da ultimo. La media delle presenze si stabilizzerà fino al 1965 ( anno di chiusura), in circa duecentocinquanta unità.

Anche i Savoia, succeduti ai Borboni con l’Unità d’Italia, utilizzarono la struttura – oltre agli intellettuali e facinorosi non allineati – per rinchiudere particolarmente contadini meridionali considerati “briganti”. Ed i Savoia li carcerarono solo perché, subito dopo l’Unità d’Italia, con le armi in pugno, essi si opposero alla politica considerata affamatrice dei conquistatori piemontesi. Così come anche con l’avvento del fascismo, tale penitenziario venne utilizzato per punire i criminali comuni, ma anche gli oppositori politici. Sevizie, morti sospette, sofferenza perenne. Ma anche spettacolari fughe dal carcere, nonostante l’inaccessibile scogliera a picco sul mare che doveva essere garanzia sia per le evasioni sia per l’impossibilità di tentare un qualsiasi bellicoso avvicinamento. L’uomo, reso dalla disperazione e la voglia di libertà, riesce a fare imprese mirabolanti anche dove ciò potrebbe risultare impossibile.

 

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