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Se ai partiti conviene tenersi Draghi fino al 2023 ed evitare giochini sul Colle

Draghi
Per un politico navigato, come Gianfranco Rotondi, a breve si tornerà al voto. Ma in realtà la situazione appare complessa. E su Draghi…
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Gianfranco Rotondi, che nel Palazzo si muove come un pesce nell’acqua, sente odore di elezioni a breve, subito dopo l’elezione del capo dello Stato, in primavera. È un esito che nel Palazzo medesimo non vuole nessuno, e meno che mai i parlamentari che, si sa, cercano sempre di resistere sino all’ultimo minuto. Sopratutto quando, come in questo caso, moltissimi sanno di non avere alcuna possibilità di rielezione.

Per Rotondi, però, ci sono tre elementi che rischiano di costringere obtorto collo i partiti ad affrontare le urne subito e non, come da regolare agenda, alla fine della legislatura, nel 2023. Il primo, e anche quello decisivo, è la litigiosità dei partiti della maggioranza. Complici le divisioni profondissime, le Amministrative dietro l’angolo, le Politiche comunque vicine e la mai sanata ferita della defenestrazione di Conte, i partiti di questa maggioranza non hanno neppure provato a trovare un modus vivendi non belligerante.

Al contrario si sono azzannati sin dal primo momento, affondano i canini ogni giorno di più e sempre più lo faranno con il progredire del semestre bianco. Può una simile situazione resistere per un altro anno e mezzo?

Il secondo motivo è che su Draghi potrebbe convergere l’intero Parlamento o quasi, mentre senza di lui una guerra senza esclusione di colpi sarebbe inevitabile. Il terzo è che in primavera Draghi avrà di fatto completato la sua doppia missione: la vaccinazione di massa e l’incardinamento del Pnrr.

Ragionamenti sensati ma un po’ fatti “senza l’oste”, dove per “oste” s’intende la realtà. Quale sarà in primavera lo stato della pandemia? Sarà davvero il Pnrr tanto avanzato da permettere a Draghi di affidarsi al “pilota automatico”? Il quadro europeo e mondiale sarà tale da permettere all’Italia di rischiare un governo inviso all’Europa proprio mentre arriva al pettine il nodo di un debito pubblico impennatosi nella pandemia e senza una riforma dei parametri che nel 2023 torneranno a far sentire la loro stringente morsa? Questi e altri ancora sono gli argomenti che pesano sul piatto della bilancia contrario alle elezioni nel 2022. Sono o potrebbero rivelarsi più pesanti di quelli sul piatto opposto, quello delle elezioni nella prossima primavera.

C’è una complicazione in più. La strada più semplice sarebbe il rinnovo del mandato di Sergio Mattarella, che resterebbe in carica almeno uno o due anni in più, come fece il suo predecessore, per poi lasciare il posto a Draghi.

Tutti sanno che quell’ipotesi è ostacolata dalla nulla propensione del capo dello Stato ad accettare la rielezione, per motivi sia personali che di principio istituzionale. Meno vistosi sono gli elementi che sconsigliano quella strada anche alla metà del Parlamento che siede a sinistra dell’emiciclo.

Se alle Politiche del 2023 vincesse la destra e non essendo il Parlamento stesso a varare i correttivi resi necessari dal taglio dei parlamentari, inclusi quelli sull’elezione del Presidente, la destra potrebbe trovarsi in maggioranza schiacciante, forte del maggior numero di parlamentari ma anche del vantaggio nella rappresentanza delle amministrazioni regionali squilibrata proprio dal taglio voluto dai 5S. A quel punto chi potrebbe mai garantire la fedeltà di una destra in grado di prendersi tutto alla precedente intesa sul nome di Draghi?

La realtà è che l’elezione del successore di Mattarella è a tutt’oggi un rebus intorno al quale si ridisegnerà la geografia politica italiana. Sarà un passaggio di importanza superiore, anzi molto superiore a quella di qualsiasi altra elezione presidenziale. Anche perché stavolta sarà in ballo, sia pure in modo obliquo e non dichiarato, la stessa architettura istituzionale della Repubblica. È infatti ingenuo pensare che quell’architettura possa uscire indenne dal terremoto prolungato della legislatura in corso.

La partita del Colle e quella della prosecuzione o meno della legislatura si intrecceranno, rinvieranno l’una all’altra, e nessuno oggi può dire anche solo quale sia l’esito più probabile. Tanto più che nessuno sa quale sarà la cornice sanitaria, economica e internazionale che influenzerà profondamente una partita già confusa e difficilissima.

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