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Quel femminismo che nicchia sui talebani perché ha paura di offendere l’Islam

Il movimento per i diritti delle donne, da Parigi a Roma, da Madrid a Berlino, non sembra ardere di preoccupazione e per la sorte delle donne afghane
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Lo scorso anno la 17enne francese Mila Orriols fu minacciata di morte per aver offeso la religione islamica sul suo account instagram. Oltre centomila messaggi di insulti sulla sua omosessualità e di lugubri avvertimenti, alcuni da prendere sul serio secondo i servizi di intelligence, tanto che da oltre 12 mesi Mila vive sotto scorta. Il suo caso è finito sui giornali e in televisione ma non ha suscitato grandi passioni tra le associazioni femministe transalpine. Una posizione tiepida riassunta dalle parole della giornalista e Lauren Bastide, figura di spicco del movimento per la parità dei diritti: «Non sostengo Mila Orriols perché non condivido la sua visione del mondo irrispettosa verso l’islam». Suzy Rojtman storica militante sessantottina, portavoce del Collectif national pour les droits des femmes lo ha poi ammesso candidamente: «Quelle critiche alla religione musulmana fanno il gioco della destra islamofoba, non è semplice schierarsi». Insomma, pur di “non fare il gioco” degli avversari politici si abbandona a se stessa una ragazzina colpevole di aver scritto una frase su internet. Una situazione simile sta accadendo in questi giorni con la presa di Kabul da parte dei talebani. A parte qualche sporadica iniziativa individuale, il movimento per i diritti delle donne, da Parigi a Roma, da Madrid a Berlino, non sembra ardere di preoccupazione e per la sorte delle donne afghane che verosimilmente in pochi giorni torneranno a vivere sotto i rigidi dettami della legge coranica con prospettive di emancipazione pari allo zero. Nessuna manifestazione, nessun sit-in , nessuna fiaccolata. In questo caso il timore di sembrare ostili ai musulmani c’entra poco. A prevalere è la malcelata soddisfazione per la sconfitta epocale degli Stati Uniti, o “dell’imperialismo americano” se si preferisce. Nell’insiemistica delle appartenenze l’odio per gli yankee prevale sulla lotta femminista, un po’ come negli anni 70 quando i diritti civili erano una variabile del conflitto capitale-lavoro, una derivata della lotta di classe. Lo dimostra la grande mobilitazione contro Erdogan quando il mese scorso si è ritirato dalla Convenzione di Istanbul per la sicurezza delle donne: a migliaia nelle piazze d’Europa per protestare contro il misogino “sultano”. Che per il femminismo ideologico è il bersaglio perfetto: dittatore feroce e membro della Nato.

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