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«Troppi diritti negati in carcere». Le detenute di Torino lanciano lo “sciopero del carrello”

ingiusta detenzione
Una protesta pacifica «contro l'immobilismo e il silenzio che gravano sugli istituti penitenziari italiani». Le detenute rifiuteranno i pasti fino al 21 agosto
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Le detenute della sezione femminile del carcere di Torino Lorusso-Cutugno lanciano lo “sciopero del carrello”: fino al 21 agosto rifiuteranno il vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria come forma di protesta pacifica «contro l’immobilismo e il silenzio che gravano» su tutte le carceri italiane.

A darne notizia è il Manifesto, che ha raccolto le motivazioni delle detenute contenute in una lettera: «Stiamo portando avanti la richiesta per il riconoscimento dei nostri diritti – scrivono – senza violenza e con rispetto, in primis per noi stessi, che oltre ad essere stati soggetti devianti siamo sempre cittadini, aventi diritti e doveri come coloro che vivono in libertà». All’iniziativa hanno aderito anche i detenuti di altre sezioni dell’istituto, con l’appoggio del Partito radicale e dei garanti dei detenuti. È Monica Cristina Gallo, garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Torino, a raccontare al Manifesto come nasce l’iniziativa: «Ne parlano da tempo e ne abbiamo anche discusso insieme. La pandemia ha acuito i problemi e ha innescato una riflessione più consapevole tra le detenute. L’obiettivo è riportare il carcere a uno stato di diritto e si rivolgono al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. La questione è nazionale. Hanno messo in luce diverse problematiche. Dal sovraffollamento, chiedendo anche una riforma della legge sui giorni di libertà anticipata affinché da 45 diventino 65 (retroattivi dal 2015), alle opportunità di studio e lavorative, ridotte anche in conseguenza del Covid. Sono, inoltre, aumentati i problemi psichiatrici. Le detenute lamentano l’assenza di mediatori culturali e la mancanza totale di un’attenzione alle questioni di genere, troppo spesso ignorate».

Rapporto Antigone – i dati

Secondo i dati aggiornati al 31 luglio, sono 1.332 i detenuti presenti nella casa circondariale di Torino, di cui 608 stranieri, su una capienza di 1.098. Le donne sono 113 per una capienza di circa 80. Un problema, quello del sovraffollamento, che riguarda tutti gli istituti italiani, come denunciato a più riprese sia nell’ultimo rapporto di metà anno dell’Associazione Antigone, sia dall’Istat.  Il tasso di affollamento reale nelle carceri – secondo Antigone – è del 113,1%, il 36% dei detenuti deve scontare meno di tre anni, mentre uno su sei è in attesa del primo giudizio.  Al 30 giugno scorso, il numero dei detenuti si attesta a 53.637, di cui 2.228 donne (4,2%) e 17.019 stranieri (32,4%), per 50.779 posti ufficialmente disponibili e un tasso di affollamento ufficiale del 105,6% e reale del 113,1%. Fra gli istituti penitenziari italiani, sono evidenti alcune importanti differenze sulle presenze. Se ne contano 117 su 189 con un tasso di affollamento superiore al 100%. In particolare, 54 carceri hanno un affollamento fra il 100% e il 120%, 52 tra il 120% e il 150% e infine 11 istituti hanno un affollamento superiore al 150%. I cinque peggiori sono Brescia (378 detenuti, 200%), Grosseto (27, 180%), Brindisi (194, 170,2%), Crotone (148, 168,2%), Bergamo (529, 168%). Con i dati aggiornati a fine giugno, sono 7.147 le persone detenute in Italia a cui è stata inflitta una pena inferiore ai 3 anni (per 1.238 inferiore all’anno, per 2.180 compresa tra 1 e 2 anni e per 3.729 tra i 2 e i 3 anni). Ancora, 8.236 reclusi hanno una pena inflitta compresa tra i 3 e i 5 anni, 11.008 tra i 5 e i 10 anni, 6.546 tra i 10 e i 20 anni e a 2.470 superiore ai 20 anni. Gli ergastolani ammontano a 1.806 (erano 1.784 a fine 2020, 1.224 nel 2005).

Per quanto riguarda invece il residuo pena, al 30 giugno a 2.238 detenuti (di cui 1.806 ergastolani) restano da scontare più di 20 anni; a 2.427 tra i 10 e i 20 anni, a 5.986 tra i 10 e i 5 anni, a 7.281 tra i 5 e i 3 anni e infine a ben 19.271 reclusi, il 36% del totale, meno di 3 anni (a 5.609 tra i 2 e 3 anni, a 6.705 tra 1 e 2 anni e a 6.957 meno di un anno). «Questi ultimi, se si eccettuano i condannati per reati ostativi, avrebbero potenzialmente accesso alle misure alternative. Se solo la metà vi accedesse il problema del sovraffollamento penitenziario sarebbe risolto», sottolinea il rapporto dell’associazione Antigone. E non solo. Ogni anno vengono spesi i circa 3 miliardi per il funzionamento delle carceri per adulti e i 280 milioni per il sistema di giustizia minorile e alle misure alternative alla detenzione. Dei 3 miliardi complessivi, il 68% è impiegato per la polizia penitenziaria, la figura professionale numericamente più presente con oltre 32.500 agenti. Il divario con l’organico previsto dalla legge (37.181 unità) si attesta a circa 12,5%.

Ancora, sono 29 i bambini con meno di 3 anni che vivono insieme alle loro madri detenute all’interno di carceri ordinarie o degli Istituti a custodia attenuata per detenute madri (Icam) lungo lo Stivale. I suicidi in cella, fino al 15 luglio scorso, sono stati 18, di cui 4 commessi da stranieri e i restanti da italiani. Il più giovane aveva 24 anni e il più anziano 56. Nel 2020, i suicidi sono stati 62 e il numero di suicidi ogni 10.000 detenuti è stato il più alto degli ultimi anni, raggiungendo gli 11. Secondo Antigone, insomma, quella della violenza, con «le immagini della mattanza avvenuta nell’istituto di Santa Maria Capua Vetere», non è l’unica emergenza che tocca il sistema penitenziario italiano.

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