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Palamara: «Come fa la Cassazione a dire che ero da solo?…»

Dall’ex capo Anm, Luca Palamara, invito ai colleghi di un tempo: «Mi hanno condannato come unico attore del Sistema: dite voi come stanno le cose». E spunta l'ipotesi candidatura
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«Ipotizzare che io facessi tutto in solitudine è l’equivalente di dire che, anziché vivere giornate torride, in questo periodo usciamo con il cappotto». Luca Palamara si affida ad una similitudine. Un modo come un altro per dire ai giudici della Cassazione che no, non è ipotizzabile che il “Sistema” delle nomine riguardasse solo lui, che lui ne fosse l’unico componente e l’artefice assoluto. Perché è impossibile immaginare che a decidere del destino delle procure di tutta Italia fosse una persona sola, indisturbata, capace di manipolare tutti, al Csm come nel mondo delle correnti.

L’ex capo dell’Anm vuole dire la sua. E così come ad ottobre scorso, quando la sezione disciplinare di Palazzo dei Marescialli ne decretò la radiazione, decide di affrontare la questione dalla sede del Partito Radicale, dove oggi, alle 15, racconterà la sua versione dei fatti commentando le 187 pagine della sentenza delle Sezioni Unite civili della Cassazione, che hanno decretato il suo allontanamento dalla toga. Ma parlerà anche di referendum ed elezioni suppletive, particolare che fa pensare ad una sua possibile discesa in politica. Qualcosa, però, intanto la anticipa. Centellinando le parole e chiedendo anche agli altri, a coloro che del sistema hanno fatto parte o perlomeno beneficiato, di raccontare la loro versione dei fatti.

«Io e non solo io, ma tutti coloro i quali si sono relazionati con me – dice al Dubbio – sanno che ho sempre anteposto gli interessi altrui a quelli personali. Sarebbe bello a questo punto che non fossi più io a parlare, ma che fossero i diretti interessati a raccontare quello che accadeva». Un invito che probabilmente cadrà nel vuoto. Ma non si può ignorare, in ogni caso, che è lo stesso Csm a dire che il sistema contava, per lo meno, qualche altro membro: i cinque che si trovano tuttora sotto “processo” davanti alla sezione disciplinare e per i quali la procura generale ha chiesto la sospensione, definendoli, comunque, la “longa manus” di Palamara.

Palamara, la Cassazione dà ragione al Csm

La decisione della Cassazione racconta una verità che ricalca quella del Csm e che tenta di smentire la versione raccontata dall’ex pm nel suo libro: Palamara «ha agito sulla base di motivazioni assolutamente personali», ha voluto «colpire specificamente singoli magistrati, volta per volta presi di mira», ha messo in atto «manovre strategiche tese a collocare – in alcuni uffici giudiziari sensibili – taluni magistrati in luogo di altri aspiranti», non per «meriti oggettivi, ma unicamente in forza di convenienze strettamente personali, dell’incolpato e dei suoi interlocutori».

Una condotta «tutt’altro che occasionale ma, al contrario, soggettivamente avvertita dall’incolpato come assolutamente normale, usuale, fondata sul radicato convincimento della riconducibilità sistematica delle proprie condotte anche al piano di una possibile e lecita (se non addirittura scontata) interlocuzione tra magistratura e politica». Questa interlocuzione, per la Cassazione, è addirittura «eversiva».

L’autopromozione non è reato…?

Ma se ciò fosse vero, allora dovrebbe esserlo per tutti. Con buona pace della tesi secondo cui l’autopromozione non rappresenterebbe un illecito. Una circolare della procura generale della Cassazione licenziata poco dopo lo scandalo nomine, infatti, stabilisce che per un magistrato chiedere una raccomandazione a Palamara non rappresenta un reato, né illecito disciplinare. Si tratterebbe, dunque, di semplice “autopromozione”. Recita, infatti, la circolare: «L’attività di autopromozione effettuata direttamente dall’aspirante, anche se petulante, ma senza la denigrazione dei concorrenti o la prospettazione di vantaggi elettorali, non può essere considerata in violazione di precetti disciplinari, non essendo “gravemente scorretta” nei confronti di altri e in sé inidonea a condizionare l’esercizio delle prerogative consiliari».

Il caso Storari

La sentenza si addentra nel tentativo di allontanare ogni sospetto dal mondo della magistratura nel suo complesso, facendo di Palamara, come lui stesso si è definito, il “capro espiatorio”. Riconducendo il tutto ad un interesse personalissimo: la smania di diventare procuratore aggiunto a Roma. La pronuncia del Palazzaccio arriva in un giorno particolare: lo stesso in cui la sezione disciplinare del Csm rende nota una decisione che, di fatto, sconfessa il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, che aveva chiesto l’allontanamento da Milano e il cambio delle funzioni per Paolo Storari, il pm che ha consegnato a Piercamillo Davigo i verbali di Piero Amara per tutelarsi «dall’inerzia» dei vertici degli uffici di procura.

Quella decisione, infatti, boccia le motivazioni di Salvi, in fatto e in diritto. E la Cassazione, in un profluvio di parole che servono a spiegare quanto fosse peccaminosa e fuori dalle regole la cena all’hotel Champagne, si pronuncia a favore della stessa procura generale, che aveva chiesto, con successo, di bocciare il ricorso di Palamara. Una coincidenza, forse, o forse un modo per restituire un equilibrio alle cose in un giorno importantissimo per le toghe. In ogni caso, «una situazione surreale», afferma ancora l’ex pm. Forte del fatto che, nonostante questa sentenza confermi la pronuncia del Csm, per tutti i fatti nuovi prodotti dalla difesa la strada che lo porta alla Corte di Giustizia e alla Cedu è una prateria.

«La battaglia continua»

La Cassazione, infatti, sostiene di non poter affrontare le nuove questioni, tra le quali spiccano le indagini sul trojan – ancora in corso a Firenze e Napoli – e sulla collocazione effettiva del server che ha immagazzinato quelle intercettazioni, nonché l’esposto contro Davigo e Fulvio Gigliotti, accusati da Palamara di mancata astensione dolosa e induzione in errore degli altri membri della sezione disciplinare. Insomma, se tutto ciò dovesse produrre risultati, la via della revisione della sentenza è, per gli stessi ermellini, del tutto plausibile. E Palamara non nasconde l’intenzione di perseguirla: «La battaglia per la verità e per una giustizia giusta continua», dice. Ma finché ciò non avverrà, guai a dire che il sistema esiste.

 

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