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Tocca a noi italiani essere all’altezza di Jacobs e Tamberi. Lo sport insegna

Hanno vinto anche contro il mondo reale che spesso premia chi non merita ed è raccomandato: i nostri due incredibili Ori olimpici sono la vita come dovrebbe essere. Ma almeno nel Belpaese, è a ciascuno di noi che spetta colmare lo scarto fra società ingiusta e sport meritocratico
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Perché gli 11 minuti che hanno cambiato l’Italia dell’Atletica e la storia dello sport italiano stanno travalicando ogni confine e entusiasmando un paese intero che di solito si eccita solo per il calcio?

Potremmo elencare tanti motivi. Le Olimpiadi che ti fanno diventare esperto di skeet, vela, basket 3×3, kayak, curling acrobatico, doppio misto di tennis tavolo. Il patriottismo, la voglia di godere dopo tante tragedie, la bellezza di una gioventù irresistibile, il fatto che abbiamo battuto i francesi e un inglese è stato squalificato (il fotomontaggio del fotofinish con Chiellini che trattiene Saka sulla linea dell’arrivo dei 100 metri olimpici è da incorniciare).

Ma la verità è un’altra, che radical chic, snob, bastian contrari non ammetteranno mai. Perché dalle nostre parti fa figo non seguire lo sport e non avere la tv in salotto.

La verità è che lo sport non è la metafora della vita. Lo sport è la vita come dovrebbe essere.

Nello sport vince il migliore, quasi sempre. E la fortuna te la devi meritare. Nella vita no. Non succede mai, tante, troppe sono le variabili che non c’entrano con la meritocrazia: raccomandazioni, appoggi politici, corruzione, favoritismi di capi e dirigenti, relazioni personali che incidono su promozioni o ingaggi, lecchinaggi vari, amanti, amici degli amici, nepotismo. Questo quando le cose vanno bene.

Se sei l’uomo più veloce del mondo, non conta se aduli il tuo allenatore, se hai un parente in Federazione, cosa voti, se il presidente del Coni ti ama o meno, se il tuo agente è abile e spregiudicato o se qualcuno paga perché tu competa. Non devi essere l’amante di nessuno o nessuna, tanto meno il nipote di qualcuno. Devi lavorare. E correre. Se salti più in alto di tutti, idem. Se accade, la pista, il campo, la pedana ti sbugiarderanno subito. Quando sei in gioco non puoi più nasconderti.

Se sei il migliore ti può fermare solo un tendine d’Achille infame. E comunque tu rimarrai più forte di lui. Noi con Jacobs e Tamberi non godiamo solo perché dopo quasi due anni da incubo si torna a sognare. Noi con questi due ragazzi ci illudiamo che esista una vita più giusta, una società più equa, l’essere ripagati dei propri sacrifici.

Nello sport, quasi sempre, ci sono meravigliose storie di compensazione, perché chi ha dentro i valori giusti alla fine ce la fa, nella vita di solito soccombe più volte, perché vengono visti come un handicap. E di solito le persone ti amano al di là del risultato perché come diceva il claim di una nota marca automobilistica prima di Tutto il calcio minuto per minuto “chi dà il massimo vince comunque”. Di Yuri Chechi ricordiamo l’oro di Atlanta, è vero. Ma ancora di più il bronzo che vinse 8 anni dopo. Anche lui con l’ennesimo infortunio subito, un nuovo rientro da un altro ritiro, per una promessa-voto fatta al padre malato (e poi guarito). Quel bronzo da uomo vero, figlio del talento e del sacrificio, brilla più di tutto nella sua carriera incredibile. Anche per il suo coraggio: indignato per l’oro al greco, campione di casa favorito dai giudici, Yuri andò davanti a quest’ultimi e al pubblico proclamando l’avversario bulgaro come vincitore. In realtà una commissione imparziale sancirà le sue prestazioni come le migliori, pure del sodale e rivale.

Di Dorando Pietri, squalificato dopo una maratona leggendaria, parliamo ancora oggi dopo più di un secolo. E nessuno ricorda chi la vinse quella maratona.

Dei tanti pugili italiani vincitori di medaglie nelle ultime olimpiadi ricordiamo un argento. Clemente Russo, che perse una finale a Pechino che aveva vinto, per colpa di giudici in mala fede, che a Londra vince una semifinale contro uno che era stato favorito in ogni modo dagli stessi, che ha visto gran parte dei suoi avversari poi implicati in casi di doping e che a Rio finisce fuori ai quarti per poi scoprire che tutti gli arbitri di quel torneo sarebbero stati indagati per corruzione. Di lui ricordiamo i due ori mondiali, uno in clamorosa rimonta e l’altro con le due bimbe appena nate in pericolo di vita, ma anche due argenti olimpici. Anche lì, chi ha vinto non è passato alla storia. Ma la federazione mondiale, memore delel proteste di Clemente, uomo vero che preferisce la verità alla convenienza, lo ha punito non dandogli una wild card sacrosanta per Tokyo. Perché lo sport è la vita come dovrebbe essere, ma ahinoi gli uomini che comandano sono gli stessi in entrambi i mondi.

Ma c’è una differenza profonda: l’ingiustizia nello sport è oggettiva. Tutti possiamo capire, sentire la portata di una decisione sbagliata, che toglie a chi merita, lo sport non è il porto delle ombre che è la vita, chi bara viene riconosciuto, anche quando la fa franca. Tranne nel calcio, ma questo è un’altra storia: il calcio è l’unica disciplina che è metafora reale della vita. Come è, purtroppo, soprattutto nei suoi lati oscuri. Quando non c’è un cronometro, un’unità di misura certa, una linea d’arrivo, qualcosa può andare storto. Ma anche lì un Leicester, un Cagliari, un Lille arrivano a scompaginare le carte di chi è più ricco, potente, arrogante. E in fondo l’Europeo di Roberto Mancini e i suoi ragazzi ci commuove perché è un gruppo di atleti che non aveva eccellenze e santi in paradiso, ha trovato un leader (anzi tanti, da Sirigu a Vialli, in ruoli diversi), ha avuto un sogno, lo ha seguito contro tutto e tutti. L’allenatore ha chiamato i migliori, per il suo progetto: poco importava se giocavano in Germania o non avevano esordito in serie A, ha voluto uno di loro, infortunato, in finale, ha difeso i più criticati, tutti hanno lavorato sodo per tre anni, divertendosi e rimanendo uniti, nonostante le rivalità in campionato. Persino il calcio sa essere migliore di se stesso, a volte.

E forse tutto ciò deve insegnarci qualcosa. Non limitiamoci a sublimare le nostre ambizioni, i nostri sogni, le nostre aspirazioni di giustizia sociale, meritocrazia e pari opportunità, di integrazione e visione in questi campioni. Cominciamo a essere degni di loro.

Elio Germano vincendo a Cannes la Palma come miglior attore disse “i cittadini sono migliori di chi li rappresenta”. Non pretendiamo un sedicente Governo dei migliori, diventiamo migliori noi. In ogni momento mettiamo davanti a tutto il lavoro, il sacrificio, il talento, la solidarietà che gli abbracci di quest’estate tra Vialli e Mancini, Tamberi e Jacobs ci dimostrano essere essenziale. Bravissimo Marco Esposito a sottolineare sui social la simbolicità di quei gesti, proprio quando ce li hanno negati. A proposito di meritocrazia, un giornalista così andrebbe letto negli editoriali di oggi delle testate più autorevoli, ma siamo in Italia.

Non ci chiediamo cosa possa fare il paese per noi, soprattutto se ci arrendiamo alle prevaricazioni e anzi spesso le mettiamo in atto, perché come dice un grande sportivo come Julio Velasco, siamo drogati dalla cultura degli alibi, che siano il benaltrismo o il “se non ne approfitto io lo farà qualcun altro”. Lo sport ci dice che l’esempio di uno solo può cambiare il mondo. Anche solo per 10 secondi o 11 minuti, ma ci riesce. Come diceva Kennedy, chiediamoci cosa possiamo fare noi per il paese.

Lo sport ci dice come dovremmo essere. E se ci riusciamo nulla è impossibile, anche vincere i 100 metri all’Olimpiade per un ragazzo di Desenzano del Garda o tornare dall’inferno e toccare il cielo con un dito, saltando in alto. L’estate 2021 ce lo dice con spudorata chiarezza. Con quella limpidezza sfacciata che solo lo sport sa avere.

Questa è l’Italia che vogliamo. Questi sono gli italiani che vogliamo. Allora, dimostriamolo.

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