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Procura di Roma, Prestipino è fuori: il Consiglio di Stato avverte il Csm

Respinte le istanze cautelari proposte dal procuratore di Roma Michele Prestipino dirette a paralizzare le sentenze amministrative che avevano annullato la sua nomina alla procura capitolina
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Il Consiglio di Stato dice ancora una volta no a Michele Prestipino, respingendo l’istanza cautelare con la quale aveva chiesto la sospensione della sentenza che ha sancito l’illegittimità della sua nomina a procuratore di Roma. E ora la nomina dell’ufficio di procura più importante d’Italia dovrà tornare al Csm, che nei giorni scorsi ha tentato di resistere all’assedio di Palazzo Spada, costituendosi dalla parte di Prestipino e ribadendo, con un voto a maggioranza risicata, di non voler subire alcuna limitazione nel proprio potere discrezionale di decisione. Prestipino ha incassato la nuova bocciatura con la pronuncia di ieri sul ricorso contro la sentenza dello scorso 11 maggio, che confermava la decisione del Tar del Lazio di accogliere il ricorso presentato dal procuratore generale di Firenze Marcello Viola contro la nomina del capo della procura della capitale, avvenuta il 4 marzo 2020. Nell’istanza cautelare, Prestipino chiedeva di sospendere le sentenze in attesa della definizione del ricorso in Cassazione e del ricorso per revocazione, che verrà discusso a novembre. Ma secondo i giudici amministrativi, «non sussistono i presupposti» per accontentare l’attuale numero uno della procura. Secondo l’ordinanza emessa da Palazzo Spada, infatti, «le valorizzate ed argomentate ragioni di pregiudizio» non sono connotate «dai requisiti della “eccezionale gravità ed urgenza” che, ai sensi dell’articolo 111 del codice di procedura amministrativa, giustifichino, a fronte della contestazione dei “profili inerenti alla giurisdizione” affidati al ricorso per Cassazione, l’interinale inibitoria degli effetti della pronuncia impugnata».
A seguito di questa decisione, Viola – difeso dagli avvocati Girolamo Rubino e Giuseppe Impiduglia – ha dunque invitato il Csm «a riattivare – in esecuzione delle pronunce del giudice amministrativo – il procedimento volta alla nomina» del procuratore di Roma, «procedendo, previo il necessario concerto ministeriale, a sottoporre al plenum le proposte originariamente formulate dalla V Commissione in data 23 maggio 2019». Insomma, un colpo di spugna per cancellare il dietrofront del Csm, che travolto dallo scandalo Palamara aveva tentato di far ripartire da zero la partita per la Capitale. Il 19 settembre 2019, infatti, Palazzo dei Marescialli ha revocato la proposta inizialmente formulata a favore di Viola, dirottando il proprio voto su Prestipino. Una scelta illegittima, secondo Tar e Consiglio di Stato. «Per effetto della pronuncia del Consiglio di Stato – commentano i due legali -, il Csm dovrà provvedere a una rapida riattivazione del procedimento volta alla nomina del Procuratore della Repubblica di Roma. In mancanza di spontanea esecuzione da parte del Csm, il dottor Viola potrebbe proporre ricorso per ottemperanza».
Palazzo dei Marescialli, quindi, è obbligato ad agire. Le sentenze che davano ragione a Viola, infatti, erano già immediatamente esecutive, ma sono rimaste congelate dalle azioni cautelari promosse da Prestipino, difeso ​​dal professor Massimo Luciani e dagli avvocati Piermassimo Chirulli e Patrizio Ivo D’Andrea. «Non riesco a vedere quali dovrebbero essere gli ulteriori ostacoli – ha commentato al Dubbio Impiduglia -. L’esecuzione rimane subordinata al giudizio in Cassazione, che va ovviamente avanti, ma questo non impedisce di procedere. Anzi, per il Csm è un dovere». La Cassazione si pronuncerà sulla vicenda in autunno, dunque Palazzo dei Marescialli ha a disposizione i tempi tecnici necessari per avviare tutta la procedura. Inoltre, entro settembre sarà depositata la pronuncia relativa all’altro pretendente, l’attuale procuratore di Palermo Francesco Lo Voi, anche lui tra i candidati che hanno deciso di fare ricorso contro la nomina di Prestipino.
Secondo il Consiglio di Stato, la nomina di Prestipino sarebbe stata illegittima per diversi motivi. In primo luogo, sarebbe irregolare l’annullamento della votazione espressa il 23 maggio del 2019 dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Csm, quando la maggioranza dei voti – quattro – andarono a Viola. Ma la fuga di notizie sull’indagine di Perugia nei confronti dell’ex presidente Anm Luca Palamara e la pubblicazione delle intercettazioni effettuate la sera del 9 maggio all’hotel Champagne mise tutto in discussione. Quella sera Palamara, Cosimo Ferri e Luca Lotti, parlando della procura capitolina, dissero la famosa frase “si arriverà a Viola” (inizialmente interpretata con “si vira su Viola”), di fatto bruciando il “favorito”. Il Csm fu infatti travolto dalle polemiche e i consiglieri che parteciparono all’incontro costretti alle dimissioni. Con il cambio di maggioranza, una delle prime decisione prese dal nuovo Csm fu quella di annullare il voto che aveva incoronato Viola, nonostante lo stesso non c’entrasse nulla con la cena all’hotel Champagne. E così si arrivò a Prestipino, braccio destro di Giuseppe Pignatone a Palermo, a Reggio Calabria e infine a Roma. Ma secondo Tar e Consiglio di Stato, Prestipino non aveva i titoli per battere i rivali. Il Csm avrebbe infatti effettuato valutazione e comparazione degli stessi con «manifesta irragionevolezza».
L’ultimo colpo di scena risale a pochi giorni fa, quando il Csm ha deciso di schierarsi con Prestipino costituendosi in giudizio a sostegno del ricorso presentato davanti alle sezioni unite civili della Cassazione per chiedere l’annullamento della sentenza del Consiglio di Stato. Una scelta determinata dalla volontà di stabilire i limiti del giudice amministrativo rispetto al Csm – e quindi l’ampiezza del raggio d’azione di Palazzo dei Marescialli -, tema che ha provocato una spaccatura del plenum, con 11 voti a favore e otto voti contrari, più un astenuto. A sostenere la tesi dell’adesione il consigliere Giuseppe Marra, secondo cui «non può il Consiglio di Stato dettare e non può intervenire nel sindacare i criteri utilizzati dal Consiglio per le nomine in maniera così stringente, così puntuale e così soffocante che ci costringe, ovviamente in sede di ottemperanza, a seguire le indicazioni del Consiglio stesso». Insomma, una limitazione della discrezionalità del Csm mal digerita, in netta contrapposizione al parere espresso da Sebastiano Ardita, secondo cui proprio una limitazione della discrezionalità è la strada da seguire per evitare le degenerazioni del passato. «Abbiamo lavorato molto sul piano amministrativo delle scelte della nostra autolimitazione per sostenere il principio del dimagrimento nella dimensione discrezionale del consiglio – aveva affermato -, abbiamo detto che vogliamo limitare la discrezionalità del Consiglio, oggi però facciamo dei discorsi che sembrano voler contestare, anche nei ragionamenti, i percorsi che fa il Consiglio di Stato quando opera sulle nostre pronunce. Occorre dare una linea chiara di quello che può essere anche la nostra volontà di autolimitare le scelte discrezionali del Consiglio e rispettare il Consiglio di Stato nelle sue determinazioni quando svolge un compito di controllo la nostra azione». Parere negativo era stato invece dato alla costituzione rispetto alla richiesta di sospensiva, respinta proprio ieri.

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