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Tra Draghi e Travaglio, bersaniani tra due cuori

Da un lato governisti, dall’altro scudieri del Conte barricadero. Contraddizioni e tormenti del gruppo dirigente di Articolo Uno
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«I presidenti del Consiglio non sono come dei fidanzati. Ne puoi sostenere uno e avere un po’ di nostalgia per un altro, soprattutto per una diversa formula politica in cui ti trovi più a tuo agio». L’infelice contraddizione in cui versa Articolo Uno è ben riassunta da queste parole di Chiara Geloni, giornalista di area bersaniana ed ex direttrice di Youdem, moderatrice del famigerato dibattito in cui Marco Travaglio definisce Mario Draghi «figlio di papà». Nessuna sintonia politica col direttore del Fatto quotidiano, ci tiene a sottolineare la giornalista, ma neanche un indice puntato contro qualcuno per aver criticato, sia pure con espressioni infelici, il presidente del Consiglio di cui anche Articolo Uno fa parte. Perché il partito di quella che fu la “ditta” del Pd non ha mai realmente metabolizzato la fine del Conte due, pur avendo mantenuto nel nuovo esecutivo la rendita di posizione guadagnata con la maggioranza precedente: il ministero della Salute. La tesi del complotto internazionale ordito per sfrattare l’avvocato da Palazzo Chigi e impedirgli così di gestire la mole di denaro che lui stesso era riuscito a strappare all’Europa convince anche parte del gruppo dirigente di Articolo Uno. Di certo, la teoria piace a buona parte della base di quel partito, accorsa in platea ad applaudire Travaglio. Certo, immaginare Pierluigi Bersani – al governo della cosa pubblica da oltre 40 anni tra Regione e incarichi ministeriali col megafono in mano a difendere la prescrizione di Bonafede sarebbe straniante. Eppure la folgorazione della sinistra per Conte è cosa ormai assodata, come certo è che nei giorni più roventi dello scontro tra l’ex premier e Beppe Grillo gli ex piddini facevano il tifo per una scissione che avrebbe consentito, nelle speranze degli ultras dell’avvocato, la nascita di un nuovo soggetto politico in cui confluire.

Sì, perché è questa una delle legittime ossessioni dei dirigenti di Articolo Uno: come uscire dall’angolo di un partito inchiodato al 2 per cento alle prossime elezioni? Il treno di Conte poteva essere dunque quello giusto a cui aggrapparsi per proseguire il viaggio. E la presenza di Luigi Di Maio, Roberto Fico, Marco Travaglio e Andrea Scanzi alla festa nazionale del partito non era altro che una logica conseguenza di questo progetto. Che però ora rischia di arenarsi a causa della mancata scissione del fronte grillino. La pace tra il fondatore M5S e l’aspirante rifondatore complica infatti i piani di chi credeva di potersi fondere con una nuova creatura contiana ( i gruppi parlamentari erano già pronti a muoversi all’unisono) ma non con l’intero carrozzone pentastellato. E ora che la faccenda si contorce, si moltiplicano anche le contraddizioni dei bersaniani. In attesa che il quadro si chiarisca, riprende quota infatti il “piano A” accantonato solo nell’ultimo anno: il ritorno nella casa madre, il Pd. L’impresa sembra parecchio ardita, vista l’ostilità di una consistente fetta dem all’idea di riaccogliere i vari D’Alema dopo una scissione dolorosa. Ma nel partito di Roberto Speranza in molti confidano nelle aperture di Enrico Letta per portare a compimento la tanto agognata riunificazione. E l’occasione per rientrare dalla finestra è già a portata di mano: a settembre partiranno le “Agorà democratiche”, fortemente volute dal segretario Pd per aprire un dibattito a sinistra oltre i confini del Nazareno. Speranza ha già chiarito da tempo che Articolo Uno farà parte della partita e l’ala più nostalgica della “ditta” che fu confida di poter realizzare il sogno. Bisognerà superare l’ostracismo di Base riformista, azionista di maggioranza tra i gruppi parlamentari, e le imboscate di chi non ha alcuna intenzione di spostare a sinistra l’asse del partito, ma dalle parti di Articolo Uno incrociano le dita.

Mal che vada resta sempre l’alternativa Conte, tanto amato dagli attivisti. Meglio dunque surfare un altro po’ tra le contraddizioni interne finché il quadro non sarà più nitido. Senza una legge elettorale sul piatto, del resto, è inutile fare calcoli prematuri che potrebbero poi rivelarsi totalmente sballati. L’ubiquità a volte paga, soprattutto se hai poco da perdere. Perché a quanto pare si può stare con Draghi e Travaglio contemporaneamente, con Letta come con Conte, col Pd e col M5S, senza per questo sentirsi fuori dal mondo.

 

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