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Storia di Daniela: la 37enne che non ha fatto in tempo a evitare una morte dolorosa

Eutanasia, la storia di Daniela: "Ho vissuto una vita da persona libera, adesso vorrei essere libera di morire nel migliore dei modi. Me lo devo, non è giusto soffrire"
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Sono oltre 220 mila le firme raccolte ad oggi dall’Associazione Luca Coscioni per il referendum Eutanasia Legale. Molte tra i giovanissimi, forse spinti anche dall’adesione della coppia Ferragni-Fedez. Tra i sindaci più noti ad aver firmato:  Chiara Appendino (Torino), Virginio Merola (Bologna), Luigi De Magistris (Napoli), Federico Pizzarotti, (Parma), Matteo Biffoni (Prato). Lombardia, Toscana e Calabria sono le Regioni con più sindaci aderenti. Intanto entro il mese di agosto sarà pronta la piattaforma per raccogliere le firme digitali al referendum, dopo che qualche giorno fa le commissioni Affari costituzionali e Ambiente hanno approvato l’emendamento al Dl Semplificazioni a prima firma Riccardo Magi, deputato di +Europa. Ma dietro ogni campagna politica e civile come questa ci sono i volti e le storie di tutte quelle persone per le quali l’Associazione si batte da anni affinché possano morire dignitosamente nel proprio Paese e accanto ai loro cari. Come quella di Daniela: aveva 37 anni, due lauree, in Lettere ed Economia, un master in Comunicazione, quando nel 2020, le viene diagnosticato un tumore al pancreas in fase avanzata con metastasi al fegato.

Negli ultimi mesi la qualità di vita di Daniela, costretta ad una semi immobilità – racconta l’Associazione – si era decisamente compromessa, fino a che la sua situazione venne valutata come terminale. Ogni possibilità di miglioramento era esclusa, la progressione della malattia era inesorabile e le speranze di vita si attestavano intorno a pochi mesi. La donna decise di prendere contatti con l’Associazione per conoscere come chiedere il suicidio assistito in Italia a seguito della Sentenza Cappato della Corte Costituzionale e per ricevere informazioni su come poter accedere eventualmente alla pratica, con l’aiuto di Marco Cappato,  nei Paesi dove  il ricorso al suicidio assistito è legale: «Mi rendo conto di non avere più molto tempo. Sono giovane, ho 37 anni. La mia agonia la vedo come uno strazio insostenibile: un corpo giovane impiega molto più tempo a logorarsi fino alla morte. Questa cosa mi terrorizza. Ho vissuto una vita intensa e mi sono amata molto. Ho lottato fino a che ho avuto speranze, adesso nemmeno i medici ne hanno. Sono peggiorata tanto da non riuscire quasi più a curarmi. Ho vissuto una vita da persona libera, adesso vorrei essere libera di morire nel migliore dei modi. Me lo devo, non è giusto soffrire. Vorrei un suicidio medicalmente assistito, bere da me un farmaco capace di porre fine alle mie sofferenze, fare le cose nel migliore dei modi, salutare i miei cari e andare via con il sorriso». Ricevute le informazioni necessarie Daniela, in cura a Roma, a febbraio 2021 chiede alla Asl di riferimento, e al relativo Comitato Etico, la verifica e l’attestazione delle sue condizioni per poter ricorrere – in applicazione della sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale – al suicidio assistito. La risposta è però negativa. ASL e Comitato Etico sostengono  che la sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale riguarda «esclusivamente pazienti mantenuti in vita mediante macchinari (ventilazione, alimentazione, idratazione), cioè casi in cui la struttura sanitaria ha la concreta possibilità di assecondare la volontà del paziente interrompendo il funzionamento dei macchinari». Daniela in effetti non riceve trattamenti di sostegno vitale mediante macchinari.  Ha anche già ricevuto il cosiddetto semaforo verde dalla Svizzera ma preferisce evitare un viaggio lungo e doloroso e morire in Italia con i suoi cari vicini.

Allora la donna  invia la stessa richiesta all’Asl di residenza in Puglia e contemporaneamente decide di impugnare il diniego ricevuto dall’altra Asl. Il collegio difensivo, composto tra l’altro dall’avvocato Filomena Gallo, Segretario dell’Associazione Coscioni, presenta un ricorso d’urgenza al Tribunale di Roma per ottenere le verifiche previste dalla sentenza Cappato e, con richiesta in via subordinata, di sollevare incidente di costituzionalità sul requisito del sostegno vitale, che in sua assenza determinerebbe una discriminazione ai sensi dell’art. 3 della Costituzione, fra quanti sono mantenuti in vita artificialmente e quanti, pur affetti da patologia anche gravissima e con forti sofferenze, non lo sono o non lo sono ancora. «Da un punto di vista medico-scientifico la chemioterapia  all’inizio e la contemporanea terapia del dolore costituiscono di fatto trattamenti di sostegno vitale – spiegano dall’Associazione –  in quanto risultano indispensabili per prolungare il mantenimento in vita e non soltanto necessari per evitare una morte in condizioni ancor più strazianti». Daniela avrebbe tutti i requisiti enunciati dalla Consulta per poter accedere al suicidio assistito: è libera, lucida e informata; soffre di una patologia irreversibile, è sottoposta a sofferenze fisiche e psicologiche altissime e insopportabili. L’udienza per il ricorso d’urgenza era stata fissata per il 22 giugno. Considerata l’urgenza del caso, i legali di Daniela avevano chiesto di anticipare la decisione, «ma nessuno ha mai risposto.

E Daniela, che avrebbe voluto scegliere come morire, non ha fatto in tempo. È morta il 5 giugno di quest’anno» senza che lo Stato abbia rispettato il suo diritto ad una morte libera e dignitosa.

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