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Corbellini: «Il green pass? Stiamo politicizzando il vaccino, i cittadini non sono sudditi»

Intervista a Gilberto Corbellini, professore ordinario di storia della medicina e di bioetica presso l’Università Sapienza di Roma: «In un sistema pluralista bisognerebbe tentare il dialogo. lo Stato si dimostra paternalista quando impone un obbligo, anche in forma di incentivo rafforzato, senza dimostrarne l’efficacia»
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«Il Green Pass come una patente di guida? Non mi sembra un confronto pertinente: chi non vuole guidare un’auto comunque circola con altri mezzi e non è costretto a prendere la patente…». A poche ore dall’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto che istituisce l’obbligo di “certificazione verde” per accedere ad alcuni luoghi e servizi, torniamo a discutere su queste pagine delle implicazioni dal punto di vista giuridico di un provvedimento che pone più di un interrogativo sulla sua legittimità. Se per il professor Sabino Cassese, raggiunto ieri dal Dubbio, il Green pass «non comporta un obbligo generalizzato ma costituisce un requisito o una idoneità» costituzionalmente lecita (al pari di una patente, appunto), per Gilberto Corbellini, professore ordinario di storia della medicina e di bioetica presso l’Università Sapienza di Roma, bisogna riflettere innanzitutto sul «modo di fare le cose»: cioè sull’opportunità che uno Stato – «con atteggiamento paternalistico», dice – cali dall’alto un obbligo (anche in forma di incentivo rafforzato) laddove non ve ne sia la «comprovata necessità». «Non ci sforziamo di educare o di rivolgerci alle persone nelle maniere adeguate per ottenere la loro adesione a un tipo di esigenza sanitaria come quella di vaccinarsi. Che non è come prendere un farmaco in presenza di qualche sintomo. Con il green pass ci siamo tolti il problema perché non vogliamo far fatica, traendo anche qualche gratificazione che viene dall’imporre limitazioni alla libertà delle persone», spiega Corbellini. Che per rimanere in tema di codice della strada, fa notare: «In certe regioni del Sud, il 60 per cento delle persone non indossa la cintura di sicurezza, anche se è obbligatorio dal 2006. Ecco, questo è un paese curioso, in cui si stabiliscono gli obblighi e poi non si fanno rispettare le leggi, anche perché applicare le sanzioni costa, oppure si introducono degli incentivi pensando che funzionino automaticamente come se si inserisse una monetina dentro un distributore automatico…».

Professor Corbellini, cosa intende per «comprovata necessità»? E quali criticità implica a suo parere l’inserimento del Green pass?

Mi lasci dire che nell’insieme la discussione è sbagliata nei termini e nei modi: si sta politicizzando il vaccino, che è un farmaco e non un’opinione, e questo è un fatto gravissimo. Se rimanesse un po’ di senso civico in questo Paese si dovrebbe agire per interrompere una deriva che peserà negativamente sulla fiducia nella scienza medica e nella sua funzione sociale. L’unico paese al mondo che ha imposto l’obbligo vaccinale generale è la dittatura della Turcormannia, che non fornisce un solo numero sull’andamento della pandemia: e noi qui a discutere se sia giusto o meno l’obbligo vaccinale generale. Se inseriamo il green pass come precondizione per godere di alcuni diritti, nella misura in cui sappiamo che il godimento di questi diritti, senza vaccino, comporta un rischio sanitario, il provvedimento è da ritenersi costituzionalmente lecito. E ci mancherebbe altro. Il punto è un altro, e attiene alla mentalità, alla modalità in cui si fanno le cose. Se si dimostra, con prove controllate, che il green sarà efficace per ottenere come risultato una maggiore adesione alla campagna vaccinale, allora il green pass è giustificato. Per ora c’è stato un aumento di sole 30mila richieste di vaccino su 5 milioni di persone over 50 che mancano all’appello, così ho letto. E stando a quanto dice il generale Figliuolo, raggiungeremo l’immunità di gregge tra settembre e ottobre. Nella stessa situazione si trova la Germania, che a mettere il green pass non ci pensa neanche…

Ma la Francia sì.

La Francia ha il 50 per cento della popolazione che è esitante o no vax. Noi abbiamo un 5 per cento, o poco più, di no vax, e un 15 per cento di scettici. Ecco, noi non siamo la Francia, allora perché dovremmo seguire il loro modello? Siamo più simili alla Germania…

Veniamo allora all’ipotesi allo studio di introdurre l’obbligo vaccinale per alcune categorie professionali, come gli insegnanti. Lo ritiene legittimo?

L’articolo 32 della Costituzione prevede che nessuno può essere sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, tranne che per disposizione di legge con il fine di tutelare la salute collettiva. Nel caso dei medici, l’introduzione dell’obbligo è opportuno. E credo che debba essere esteso anche ai docenti. Perché in entrambe le circostanze abbiamo le prove che il personale sanitario e gli insegnanti rappresentano un fattore di rischio per la diffusione del virus in alcuni contesti e che in questo modo si impedisce il funzionamento dei servizi pubblici quali scuole e ospedali. Non dico che l’obbligo vaccinale non possa aiutare a risolvere un determinato problema. Ma l’obbligatorietà dovrebbe essere introdotta con prudenza perché il rischio è che sul piano sociale i cittadini si sentano trattati da sudditi. Si parla tanto di medicina di precisione, allora facciamo anche un po’ di sanità pubblica di precisione. Gli obblighi vaccinali funzionano molto bene nei contesti ristretti. Mentre a livello di stati, cioè di popolazioni distribuite su centinaia di migliaia di chilometri quadrati, abbiamo a che fare con una realtà molto più complessa, in cui le persone si distribuiscono anche in base a percezioni e a valori di natura culturale molto diversi. Ecco, in un sistema pluralista bisognerebbe dialogare e cercare di capire in che modo superare alcune contrarietà.

Valga anche per i No vax?

I no vax li possiamo ignorare, nessuno li convincerà. Dobbiamo puntare sugli esitanti, che in larghissima parte sono persone che hanno paura. In Europa abbiamo già dimostrato una grande incapacità di comunicare i rischi, come nel caso AstraZeneca. Ma non possiamo trattare le persone come bambini, dobbiamo cercare la formula più adeguata allo scopo. In paesi come gli Stati Uniti, dove i vaccini polarizzano moltissimo le comunità, stanno molto attenti a brandire le leggi a meno che non sia strettamente necessario.

Lei ha parlato di Stato “paternalista”, ritiene che lo stesso atteggiamento abbia orientato anche la gestione dell’emergenza nella prima fase pandemica?

Anche in quel caso ci siamo basati più sull’imitazione che sul controllo dell’efficacia: la Cina ha cominciato con la quarantena militare e l’Italia ha seguito. Poi via via ogni paese adeguava i trattamenti non farmacologici a qualche preferenza intuitiva. Pochissimi studi epidemiologici di campo sono stati fatti in situazioni diverse (tutti hanno il modello Vo Euganeo, un bell’esperimento ma con 3274 abitanti!). Così si sono create le fazioni – pro e contro lockdown – e ovviamente lo Stato è intervenuto a favore della scelta che riteneva più adeguata e ancora una volta più comoda. Questo ha prodotto una serie di fenomeni abbastanza strani, per cui si sono presi ad esempio alcuni paesi virtuosi con i lockdown obbligatori, ma che oggi registrano tassi di vaccinazione molto bassi.Si è agito senza avvalersi di quella che si definisce “Evidence based Medicine”, e cioè una medicina basata sulle prove per misurare gli effetti delle misure applicate, con il fine di ottenere i risultati migliori con il minimo di costi. L’inclinazione dello Stato tende ad essere sempre paternalista. Inizialmente non potevamo fare diversamente, ora forse sì.

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