Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Conte-Draghi, tregua sul penale. Cartabia avvisa: il ddl non si tocca

L'ex premier a Palazzo Chigi: «Saremo costruttivi». Ma il governo ribadisce: no ai processi senza fine
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Grande è la confusione sotto il cielo pentastellato: situazione quindi eccellente per il governo? Il sillogismo maoista è tutto da verificare. Intanto ieri i tormenti contiani sulla prescrizione si sono riversati su Mario Draghi: l’ex premier ora leader del Movimento ha incontrato il proprio successore a Palazzo Chigi. Colloquio di 45 minuti, essenzialmente su giustizia e, appunto, prescrizione.

«Un incontro proficuo e cordiale» in cui «ho assicurato il nostro contributo e l’atteggiamento positivo» sulla riforma del processo, assicura Giuseppe Conte alla fine, in una piazza Colonna rovente e affollata di microfoni, come nella conferenza stampa improvvisata a febbraio da Rocco Casalino. Però, aggiunge il leader 5S, «ho ribadito che saremo molto vigili nello scongiurare che si creino soglie di impunità».Quindi il discorso non cambia nel merito, ma è addolcito nei toni. Quando Conte evoca le «soglie di impunità» si riferisce al limite dei 2 o 3 anni oltre il quale un giudizio d’appello si ferma per improcedibilità. Marta Cartabia ricorda che, seppure un processo estinto sia «una sconfitta per lo Stato», la proposta da lei sottoposta al Consiglio dei ministri e depositata poi alla Camera serve a evitare «un danno tanto per le vittime quanto per gli imputati». Ma secondo Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede lo Stato, se vuole, deve poterti tenere appeso a un’accusa anche tutta la vita. Mentre Conte, col medesimo sorriso, rassicura e “avverte”, la guardasigilli gli regala dunque un promemoria: a un convegno a Firenze sull’ufficio del processo ricorda che il suo testo sul penale «non è la riforma Cartabia: se proprio dobbiamo trovare uno slogan, dovremmo parlare di “mediazione Cartabia”», giacché è stata «approvata dall’intero governo dopo mesi di dialoghi, confronti a 360 gradi e lunghe e pazienti trattative a cui hanno partecipato e dato il loro contributo tutti i protagonisti politici della maggioranza, nessuno escluso». Non cita Conte, ma non ce n’è bisogno: la ministra della Giustizia è fin troppo chiara.

Ma appunto, il disordine c’è ed è palpabile. Nella sua conferenza stampa volante all’uscita da Palazzo Chigi, il leader M5S è sibillino, a proposito dell’urgenza di approvare le riforme ribaditagli da Draghi: «I tempi stanno molto a cuore, ma mi rimetto alla dialettica parlamentare per delle soluzioni che non siano ideologicamente convincenti ma tecnicamente sostenibili». Il punto è che la ragionevolezza dei toni un po’ stride con l’impossibilità di superare quella «mediazione» evocata da Cartabia. Sul ddl penale, e la “improcedibilità”, sarà dura spingersi oltre. Certo, domani a piazza del Parlamento sarà di scena la base più inquieta dei 5 Stelle: a organizzare il sit-in «per non retrocedere sulla prescrizione e sui punti chiave della riforma Bonafede» è il coordinamento “Parola agli attivisti”. «La riforma Cartabia rappresenta ciò che abbiamo sempre combattuto, mi aspetto che tutti i portavoce che in questi giorni l’hanno criticata, tutti i magistrati che non sono d’accordo, ci mettano la faccia», dice all’AdnKronos una dei pentastellati a capo della mobilitazione, la consigliera in Regione Lazio Francesca De Vito. Ma dalla commissione Giustizia cosa ci si deve aspettare?

Oggi scade il termine lasciato ai partiti per depositare subemendamenti al pacchetto Cartabia. Di certo ci saranno le proposte pentastellate che cancellano la soglia di improcedibilità, e propongono di sostituirla con sconti di pena per chi era stato condannato in primo grado. Ma ci saranno anche controproposte come quella “minacciata” da Enrico Costa, che punta ad annullare del tutto la norma Bonafede e a ripristinare la prescrizione del reato in appello (e in Cassazione). Scontro in vista. Ma è chiaro che i contiani si troveranno in minoranza. Al di là delle aperture al dialogo venute nelle ultime ore dai deputati dem, Enrico Letta si dice rallegrato dal «positivo incontro» Draghi-Cointe, e soprattutto aggiunge che «quella portata avanti dalla ministra Cartabia è una buona riforma». Pensare a un soccorso parlamentare del Pd ai 5S sul ritorno alla prescrizione di Bonafede pare complicato. Solo che Conte dovrà vedersela con gli “attivisti”. Ed ecco perché le conseguenze politiche generali dell’inevitabile resa pentastellata sulla prescrizione restano imprevedibili, anche per il governo.Da Palazzo Chigi filtra pochissimo: si dà per possibile qualche aggiustamento tecnico ma «senza stravolgimenti». Tradotto: il limite oltre il quale il processo deve fermarsi resterà.

Si fa notare anche un’altra cosa, molto rilevante: dare spazio a modifiche significative può provocare rilanci da FI e Lega, quindi la via è quanto meno pericolosa.In ogni caso la fermezza dei toni a cui ha fatto ricorso ieri Cartabia non lascia intravedere praterie, per Conte. Intanto, quando la guardasigilli dice che «ora compito del ministero è andare in soccorso di ogni distretto in difficoltà, per fare in modo che ovunque i processi si possano concludere nei termini della ragionevole durata stabiliti dalla legge Pinto, appunto due anni per l’appello e uno in Cassazione», sembra replicare anche all’altolà dell’Anm sulla “prescizione processuale”. Poi c’è quel passaggio sul danno alle vittime ma anche agli imputati, lasciati, ricorda Cartabia, «per anni in un limbo che il più delle volte condiziona l’intera esistenza: teniamo sempre in mente entrambe le prospettive». Vuoi vedere che Conte e il Movimento 5 Stelle non ci avevano mai pensato?

Ultime News

Articoli Correlati