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Addio a Raffaella Carrà, l’ultima imperatrice della televisione italiana

Sangue romagnolo e siciliano nelle vene – una miscela esplosiva, il quid. E questo era Raffaella Pelloni, in arte Carrà, una esplosione
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Sangue romagnolo e siciliano nelle vene – una miscela esplosiva, il quid. E questo era Raffaella Pelloni, in arte Carrà, una esplosione: un cambio di cognome che venne in mente a un regista che, dato che il nome richiamava Raffaello lo si poteva far seguire dal cognome mutuato dal pittore Carrà – una genialata che funzionò.

The Guardian, recensendo l’anno scorso il film Explota Explota, una commedia musicale di produzione italo-spagnola ambientata alla fine del regime di Franco tutta intessuta dalle canzoni di Raffaella Carrà, titolò: “Raffaella Carrà: the Italian pop star who taught Europe the joy of sex”. Forse è per questo “insegnamento” che nel 2020 l’ambasciatore di Spagna le consegnò, a nome del re Felipe VII, l’onorificenza di Dama «al Orden del Mérito Civil». In un paese cattolicissimo come la Spagna, l’intrattenimento, lo spettacolo, le canzoni, i balletti dovevano “guerreggiare” per i centimetri delle lunghezze delle gonne o le profondità delle scollature, dove poi finiva per piazzarsi immancabilmente un fiore finto. Ma noi non eravamo castigati di meno, eh.

L’ombelico di fuori – il primo ombelico! – era stato “disegnato” da un costumista Rai, e Raffaella lo indossò tranquillamente, le ragazze “fuori” andavano già in giro così. Apriti cielo! E quando ballò il “Tuca tuca” insieme a Enzo Paolo Turchi, la Rai sospese («indecente, troppo sexy, non adatta al pubblico del sabato sera»), poi ci ripensò. Ma lei e Turchi dovettero guardare dentro la telecamera per oltre metà del balletto, per non lasciar pensare che quelle mani che “toccavano” chissà cosa stessero combinando. Perciò, ripercorrere la storia di questa ragazza straordinaria, dalla professionalità fuori del comune, è ripercorrere la storia della televisione italiana, che è un po’ ripercorrere i costumi degli italiani, come si sono modificati dagli anni Sessanta in poi.

Lei era andata in America, e per un mese, tutte le sere, andava a vedere Hair. Quando tornò in Italia aveva già pensato a un suo ruolo. Cantava, ballava, conduceva – una cosa che non s’era vista mai. E faceva tutto benissimo, lei che in realtà voleva fare l’attrice, e a Roma era venuta al Centro sperimentale di cinematografia, e aveva anche interpretato diverse piccole parti, qui e là, ma film importanti, con Monicelli, Florestano Vancini, persino una produzione internazionale con Frank Sinatra. Ma la sua strada era lo show.

Nel 1974 diceva: «Non mi ispiro a nessuno: parlo ai bambini, ai papà che guardano lo sport, alle mogli, quindi agli italiani che guardano la TV. famiglie». E era così, eppure fu la prima icona pop e la prima icona sexy. The Guardian dice che dipendeva da un mix di sensualità e accessibilità. La cosa è che piaceva alle donne – e se conquisti il cuore delle casalinghe, da Trieste in giù, vuol dire proprio che sei il numero 1. l’Espresso riassunse così, negli anni Ottanta, la sua popolarità: «Più applaudita di Pertini, più costosa di Michel Platini, più miracolosa di Padre Pio». Era la Trinità che fonda lo spirito italiano. Lei, in più, era anche diventata una icona gay, forse per le mossette, forse per il caschetto – «I colpi della testa erano per mostrare la libertà dalle lacche» – forse per la sua tolleranza esibita: «Da ragazza uscivo solo con amici gay, non rischiavi che ti palpeggiassero al cinema».

Eppure, era andata via dall’Italia – accadde nel 1979, dopo che durante i lunghi giorni del sequestro Moro lei voleva interrompere il suo show del sabato sera ma la Rai non voleva perdere i suoi trenta milioni di ascoltatori e non lo concesse – «Mi vergognavo così tanto che non sono tornata per molto tempo», raccontò anni dopo. Andò in Spagna, in Argentina. Ha venduto sessanta milioni di dischi nel mondo, ha ricevuto ventidue dischi d’oro e di platino – un successo planetario, anche nel mondo anglosassone. Quando tornò pian piano ritornò nelle nostre case – un programma all’ora di pranzo con il gioco dei fagioli che fece un successo strepitoso, e poi «Carramba», il cui format venne riprodotto nel mondo. Raffaella era nei nostri cuori – e da lì non s’era mai mossa.

Ha affrontato la malattia improvvisa con estremo riserbo – quasi non volesse addolorarci. E le sue ultime disposizioni – una bara di legno grezzo, l’urna per le ceneri – dicono di una donna genuina, autentica. Ecco, forse era questo il suo ”segreto”: nel rutilante e spesso ipocrita mondo dello spettacolo aveva portato non soltanto la sua freschezza e il suo talento – ma una genuinità autentica. Ci mancherai.

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