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Recovery, la scommessa al buio con l’Europa che solo Draghi può vincere

Tra i grandi paesi Ue, solo l'Italia ha preso tutti i fondi disponibili. Con il rischio di far schizzare il debito pubblico
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I festeggiamenti per l’accoglienza molto positiva riservata dalla Commissione europea al Pnrr italiano, ribattezzato nel frattempo Domani Italia, e per l’arrivo imminente dell’anticipo sui fondi del piano Next generation Eu, pari a poco meno di 25 miliardi di euro, mettono in ombra la portata della scommessa che Draghi e l’Italia stanno giocando. Cioè fanno passare in secondo piano quello che è invece essenziale.Tutti i Paesi accederanno ai fondi del Next Generation Eu, nelle diverse misure stabilite dalla Commissione che, come è noto, ha destinato all’Italia la quota più sostanziosa. Solo sette Paesi però hanno scelto di chiedere non solo la quota a fondo perduto, i Grants, ma anche la quota in prestito, i Loans.

In questa sparuta pattuglia, l’Italia non è solo il solo Paese di prima grandezza: è anche quello che ha chiesto l’intero prestito disponibile, 122,6 mld da aggiungere ai 68,9 mld di Grants. Senza contare gli altri finanziamenti stanziati dalla Ue per fronteggiare la pandemia, in particolare il fondo Sure per la cassa integrazione, l’Italia ha anche aggiunto alla già cospicua somma un’ulteriore trentina di miliardi per gli investimenti “fuori sacco”, quelli cioè non contemplati dalle regole piuttosto tassative del Ngeu.Per l’Italia, insomma, la scommessa è molto più alta e più rischiosa che per qualsiasi altro Paese ed è il caso di segnalare che la differenza fondamentale tra la strategia che intendeva seguire Conte e quella che ha adottato Draghi è proprio in questo. Conte, prudente, aveva carezzato l’idea di accedere solo ai Grants salvo poi considerare invece l’ipotesi di chiedere solo in parte i Loans. Draghi ha deciso invece di alzare al massimo la posta, nella convinzione che il momento sia questo e si debba quindi coglierlo anche a costo di rischiare l’ all in, la scommessa nella quale ci si gioca tutto. È una partita italiana ma non solo italiana.

In nessun Paese, nel corso della pandemia, il debito si è impennato tanto quanto in Italia. Il ritorno dei parametri di Maastricht e, peggio, del Fiscal Compact implicherebbero, con un debito intorno al 160 per cento del Pil, politiche che definire “di lacrime e sangue” sarebbe un pallido eufemismo. Ieri in Parlamento Draghi si è detto «certo» che tutti i parametri saranno modificati, sfidando così i falchi del Nord Europa, a partire dall’ex ministro delle Finanze tedesco Schaeuble. Nel corso della conferenza stampa congiunta con la presidente della Commissione europea von der Leyen a Cinecittà si è anche dichiarato «sicuro» che almeno in parte il Ngeu diventerà strutturale a ha anche parlato della possibilità di rendere permanente il fondo Sure, passaggio fondamentale perché, come lo stesso Draghi ha più volte fatto capire, la transizione ecologica e quella digitale, cioè i pilastri del piano europeo, non saranno indolori dal punto di vista occupazionale. Le certezze di Draghi sono però condizionate. Tutto dipende dalla capacità dell’Italia, come Paese più debole della catena europea, di provare nei fatti la bontà della terapia. Insomma: dipendono dalla capacità dell’Italia di rispettare gli impegni e di farlo puntualmente, cioè di investire «bene e con onestà», sia la possibilità di vincere la scommessa del Domani Italia sia quella di fare un passo avanti decisivo sulla strada della condivisione europea del debito. Responsabilità di non piccola portata.

Sulla carta una scommessa come quella azzardata da Draghi sarebbe una follia. In questo caso non lo è ma solo grazie alla carta vincente che il premier italiano può giocare e che è lui stesso. È Draghi la garanzia che permette di tentare una manovra di questa portata nonostante i rischi. È Draghi la garanzia che permette di fronteggiare un debito pubblico schiacciante ed è ancora Draghi il solo che può tenere testa ai falchi europei, che affilano le armi. Ma la partita è lunga: i due anni di permanenza di Draghi a palazzo Chigi non basteranno a terminarla e al momento non c’è chi posa prenderne il posto. Da palazzo Chigi o dal Quirinale la guida dell’Italia dovrà restare in mano all’ex presidente della Bce ancora a lungo, oppure sarà un salto nel buio.

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