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Processo a San Suu Kyi: rischia di morire in prigione

Icona della democrazia nel paese asiatico, l’ex Consigliera di Stato è accusata di incitamento alla rivolta e rivelazione di segreti ufficiali
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Una serie di accuse che potrebbero costarle l’incarcerazione a vita. L’ex Consigliera di Stato del Myanmar ( l’ex Birmania), Aung San Suu Kyi da lunedì ha iniziato il suo calvario giudiziario a distanza di quattro mesi dal golpe operato dall’esercito e culminato con il suo arresto.

I militari il 1 febbraio scorso infatti hanno preso il potere a seguito delle elezioni, vinte proprio dalla Lega per la democrazia della 75enne premio Nobel per la pace, per supposti brogli elettorali. Un colpo di stato a cui sono seguite violenze e repressione. Le forze di sicurezza, durante le proteste della popolazione, che si sono succedute con cadenza quasi giornaliera, hanno ucciso più di 800 persone incarcerandone almeno 5mila fino ad ora secondo i dati raccolti dal gruppo di monitoraggio Assistance Association for Political Prisoners (Aapp).

Una situazione pesantissima a cui si aggiunge il processo all’ex leader birmana che rischia di infiammare il paese ancora di più. I capi d’imputazione sono altrettanto gravi a cominciare da quelli relativi alla violazione delle norme contro il coronavirus ( norme sui disastri naturali) durante le elezioni per poi passare all’accusa di corruzione ( secondo i suoi accusatori avrebbe intascato 600mila dollari e 11 kg d’oro) per l’importazione e possesso illegale di walkie- talkies. Per suffragare queste contestazioni l’accusa ha prodotto diverse testimonianze sulla cui attendibilità però esistono grandi dubbi come confermato dal legale difensore Min Min Soe. E un altro avvocato del team che l’assiste ( che ha potuto però parlare con la sua assistita solo due volte), Khin Maung Zaw, ha dichiarato pubblicamente che «C’è un innegabile background politico che la tiene fuori dalla scena del Paese e che infanga il suo prestigio». Il sospetto che si possa trattare di un processo farsa è dunque più che legittimo visto lo scontro politico tra la Aung San Suu Kyi e i militari ( da sempre egemoni nell’ex colonia britannica), una divaricazione resasi evidente già nel 2017 quando l’esercito ha posto in essere una profonda persecuzione ai danni della minoranza musulmana dei Rohingya, con un giro di vite mortale che ha spinto oltre mezzo milione di persone oltre il confine nel Bangladesh. L’ex presidente, che fu anche accusata di accondiscendenza rifiutandosi di accettare la definizione di genocidio da parte dell’Onu, in realtà è entrata ancora una volta ( dopo i lunghi anni di esilio) in rotta di collisione con i vertici militari.

Ma sicuramente le accuse più gravi sono quelle delle quali si è iniziato a discutere ieri. A partire dalla supposta violazione di segreti ufficiali per la quale è prevista una pena detentiva di 14 anni. A ciò si aggiunge l’incitamento al disordine pubblico ( 3 anni di carcere) per l’appello alla popolazione affinché rispondesse al golpe. Se tutto ciò venisse in qualche modo “provato” l’esito sarebbe solo quello della prigione a vita considerando l’età della donna.

A livello internazionale, immediatamente dopo il colpo di stato, diverse nazioni occidentali hanno fatto la voce grossa denunciando la repressione, ma la Birmania è ancora una zona cruciale del sud est asiatico in cui si gioca anche la sfera d’influenza della Cina che appoggia di fatto i militari. E’ chiaro che in presenza di uno scontro, che potrebbe divampare per il processo, i margini di manovra sarebbero strettissimi e condizionati dalle convenienze delle diplomazie. Per il momento le proteste più forti sono quelle che provengono dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani.

Debbie Stothard, della rete alternativa dell’Asean, ha parlato senza mezzi termini di «procedimento finto dettato solo da ragioni politiche», questo perché l’attuale leader dell’esercito Min Aung Hlaing «è determinato a rinchiudere Aung San Suu Kyi per il resto della sua vita. Se potesse – ha detto Stothard -, probabilmente la accuserebbe in base a tutte le leggi disponibili». E’ lo stesso ragionamento portato avanti da Human Rights Watch che attraverso il suo vice direttore per l’Asia Phil Robertson pensa che «questo processo è chiaramente l’inizio di una strategia globale per neutralizzare Suu Kyi e il partito National League for Democracy come una forza che può sfidare il governo militare in futuro».

 

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