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«Agli amici scettici dico: quei referendum sono i nostri…»

Intervista all'avvocato Valerio Spigarelli, past president dell'Unione Camere Penali: «Con una magistratura incapace di autoriformarsi, la politica dimostri di saper imporre le riforme strutturali, purché però si abbiano le idee chiare»
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Per l’avvocato Valerio Spigarelli, past president dell’Unione Camere Penali, «con una magistratura incapace di autoriformarsi, la politica dimostri di saper imporre le riforme strutturali, purché però si abbiano le idee chiare, ossia senza pencolare tra un modello e l’altro, tra il law and order e le garanzie».

Secondo la Ministra Cartabia il dibattito tra giustizialisti e garantisti è utile purché non diventi un derby.

Questa distinzione la capisco fino a un certo punto. Il nostro è un modello costituzionale fortemente ispirato ai principi garantisti nell’accertamento di responsabilità e nella finalità delle pene. Se invece la Ministra allude al fatto che questo scontro oggi è diventato sterile, posso pure essere d’accordo, anche perché, tradotto in politica, i garantisti veri sono ben pochi: quasi tutti sono garantisti con gli amici e antigarantisti con gli avversari, oppure garantisti su alcuni aspetti del modello processuale ma sul diritto sostanziale sono regressivi.

Spesso lei accusa la magistratura di utilizzare il processo come “strumento di difesa sociale”. Cosa intende?

Mi riferisco alla giurisprudenza degli ultimi 25 anni in tema di custodia cautelare, di ingiusta detenzione, di intercettazioni, sul modello processuale, quell’accusatorio che non è mai stato digerito. Tra l’ 89 e il ‘ 92 sono state sollevate dai magistrati un numero impressionante di eccezioni di incostituzionalità per mettere fuori gioco il modello accusatorio, mentre tra il ‘ 92 e il 2000 – anno in cui il principio del giusto processo venne inserito in Costituzione – la magistratura italiana non ne ha sollevata nemmeno una, sebbene in quel periodo fosse patente la violazione dell’articolo 6 della CEDU, con centinaia di persone che venivano condannate all’ergastolo senza aver potuto interrogare coloro che li avevano accusati.

Negli ultimi decenni si è andata rafforzando anche l’idea del diritto penale come strumento di punizione dello Stato. Le riforme Cartabia possono invertire la rotta?

L’unico aspetto che va tendenzialmente contro le incrostazioni culturali tuttora dominanti è quello legato all’introduzione di pene di natura diversa e al potenziamento delle misure alternative al carcere. Non mi sembra invece che si vada molto avanti sul processo. Su temi quali il rafforzamento dello strumento della cross- examination, o la garanzia dell’immutabilità del giudice, i limiti al recupero della valenza probatoria degli atti formati prima del processo, non c’è granché. Nessun ripensamento sulle misure di prevenzione, che sono il regno di una concezione inquisitoria.

Dal un lato la riforma della Commissione Luciani che non sembra dare un impulso riformatore al CSM e all’ordinamento giudiziario. Dall’altro una magistratura che, nonostante gli scandali, non accetta cambiamenti significativi: no alla separazione delle carriere, no al diritto di voto degli avvocati nei consigli giudiziari, no alle valutazioni professionali di un certo tipo.

I problemi dell’ordinamento giudiziario incidono negativamente su molti aspetti di cui abbiamo discusso finora. La nostra giurisprudenza è in molti casi regressiva proprio perché ispirata dalla concezione del processo come strumento di difesa sociale. Si tratta di un’idea che è ancora predominante nella magistratura, all’interno della quale prevale una cultura che si fonda sulla unicità della funzione accusatoria e di quella decisoria, e che tale rimarrà finché non modificheremo l’ordinamento giudiziario con una riforma di struttura, anche costituzionale, con la separazione delle carriere in grado di garantire e tutelare la terzietà del giudice che, come dimostrano le cronache di questi giorni, viene mal digerita dalle procure che sono dotate di un potere enorme.

Si dice spesso che la separazione delle carriere è argomento divisivo.

Questa obiezione è un non- senso; quando si riforma la Costituzione lo si fa tra forze che sono stellarmente diverse tra loro; la particolarità di un dibattito costituente è proprio quella di affrontare problematiche fondamentali mettendo da parte le contrapposizioni e mediando. La questione dell’argomento divisivo è un escamotage per non affrontare mai quei problemi, oppure serve a lisciare il pelo al Terzo Potere che non vuole una riforma in quella che considera casa propria.

Quindi tocca alla politica fare le riforme.

In passato queste riforme sono sempre puntualmente naufragate di fronte ai ‘ diktat negativi’ della magistratura. Mi riferisco a ciò che avvenne all’epoca della Bicamerale o ai tempi della riforma del 2006, ossia in periodi in cui i magistrati avevano una forza ‘ negoziale’, parallela alla debolezza della politica, che rendeva questa sua opposizione particolarmente efficace. Oggi la situazione è paradossale: da un lato infatti abbiamo figure forti come Draghi, o come la stessa Cartabia, con un Governo che in altre epoche si sarebbe detto di solidarietà nazionale, e che quindi in teoria avrebbe la forza per imporre riforme costituzionali, mentre dall’altra c’è una magistratura debole, eppure nemmeno in una congiuntura così favorevole sembra che la politica riesca ad affrontare coraggiosamente questi temi. E allora di fronte al solito refrain della magistratura che si sente padrona dell’ordinamento giudiziario – e che dice “basta l’autoriforma”, salvo poi non farla e chiudersi addirittura a riccio, con dei riflessi ancora più corporativi – la politica deve dimostrare di saper imporre le riforme strutturali, purché però si abbiano le idee chiare, ossia senza pencolare tra un modello e l’altro, tra il law and order e le garanzie.

Recentemente è stata recepita la direttiva europea sulla presunzione di innocenza. Cosa fare per darvi piena attuazione?

Alcuni sostengono che il principio della presunzione di innocenza stava già in Costituzione e che non c’era bisogno di recepire questa direttiva. In realtà la presunzione di innocenza non la tuteliamo affatto: basti pensare all’istituto della custodia cautelare in carcere, strumento a cui si dovrebbe ricorrere in via del tutto eccezionale e che invece è diventato una sorta di anticipazione di pena incostituzionale, come riconobbe, già nel 2013, l’allora primo presidente della Corte di Cassazione Ernesto Lupo. Riformiamo quella rendendola realmente eccezionale. Impediamo la personalizzazione delle indagini vietando le conferenze stampa dopo l’esecuzione dell’ordine di custodia cautelare, che rappresenta una vera e propria gogna pubblica. Limitiamo la pubblicazione degli atti, come le intercettazioni, in maniera efficace.

A proposito di custodia cautelare, come giudica l’iniziativa referendaria sulla giustizia promossa dal Partito Radicale e dalla Lega?

So che all’interno dell’Avvocatura ci sono alcune perplessità. Però se paragoniamo questi quesiti a quelli che abbiamo appoggiato nel 2000 e poi nel 2013 scopriamo che sono molto simili, quindi gli argomenti di coloro che criticano nel merito questa iniziativa referendaria non mi sembrano molto centrati. Più in generale, lo strumento referendario serve a rafforzare le riforme. È chiaro che se anche riuscissimo a portare a casa il referendum sulla separazione delle carriere o quello sulla custodia cautelare, ciò non vuol dire che il potere legislativo, preso atto di questo risultato, non possa o non debba fare qualcosa di più significativo rispetto all’esito vittorioso del referendum. Nel 2000, anche se non raggiungemmo il quorum, i dieci milioni di voti che i radicali e l’Unione Camere Penali riuscirono a raccogliere sulla separazione delle carriere furono utilizzati negli anni successivi come un formidabile argomento a favore di questa riforma. Io sono obiettivamente distante dalla Lega, in particolare sulla politica giudiziaria, ma le battaglie referendarie sono trasversali dal punto di vista politico e questa trasversalità rafforza l’obiettivo e aiuta anche le proposte di legge depositate in Parlamento.

 

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