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Lettera dei detenuti di Tolmezzo: «Dopo la pandemia lo Stato ristori anche le nostre ferite»

I detenuti del carcere di Tolmezzo hanno scritto una lettera rivolta alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al presidente della Repubblica
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«Valutare la possibilità di attivare il meccanismo della liberazione anticipata speciale e un provvedimento di indulto generalizzato, nonché un intervento di modifica alle norme penitenziarie, nella parte relativa ai colloqui tra familiari e detenuti, affinché sia favorito il tanto declamato principio di rieducazione della funzione carceraria che, necessariamente passa dalla serenità generata dal singolo individuo, acquisita nel calore dei propri affetti».

Sono le parole dei detenuti del carcere di Tolmezzo che, tramite una lettera rivolta alla ministra della Giustizia Marta Cartabia e al presidente della Repubblica, desiderano rivolgere alle autorità una riflessione divenuta urgente «in quanto – sottolineano – fonte di collettiva sofferenza».

I detenuti di Tolmezzo, premettono che questi lunghi mesi di pandemia, hanno stravolto e modificato il volto dell’intera umanità, raggiungendo ogni settore e singolo individuo.

Osservano che «la gestione dell’emergenza sanitaria ha comportato scelte difficili e sacrifici per lo stesso Stato, che dimostreranno i loro effetti nel tempo ma, la funzione di protezione e il welfare, hanno corrisposto la loro perfetta realizzazione».

I detenuti di Tolmezzo, nella lettera, proseguono spiegando che ora la fase apice di questa tragedia diffusa sembra essere stata superata, e quindi «si potrà rivolgere lo sguardo a quella società silenziosa che, marginalmente attende un barlume di speranza e lo scioglimento delle sue sofferenze occulte».

Osservano che i detenuti, non solo italiani ma di ogni nazione e condizione, affrontavano già problematiche storiche, e «oggi sono soggiogati dall’ulteriore tragedia della pandemia».

Spiegano che, mentre fuori il mondo combatteva questa guerra subdola, «migliaia di uomini che ne stavano già conducendo una personalissima, si sono fatti carico di un’ulteriore grave fardello».

Nello stesso tempo, i detenuti precisano che non vogliono essere rappresentati come una immagine di guerra, in antitesi con il diritto e la giustizia, ma preferiscono piuttosto riconoscersi «nell’aspetto virtuoso della pacificazione, in aderenza a questa più alta missione dello Stato stesso, che si fa garante “della salvaguardia dei sacri principi costituzionali, nati dalle ceneri di un’Italia che si accingeva a riemergere dal trauma degli eventi bellici».

Per il raggiungimento di una proficua e realistica riflessione, i detenuti spiegano che si deve necessariamente passare attraverso una visione pragmatica, che loro desiderano consegnare alle autorità istituzionali riassumendo i drammi vissuti sul campo minato dalla pandemia.

Ed ecco che spiegano i motivi che scatenarono le rivolte, motivi purtroppo affossati da dietrologie utili per chi vuole nascondere le problematiche penitenziarie. I detenuti denunciano che comunità carcerarie hanno certamente pagato un prezzo altissimo, a partire dal legittimo Dpcm, attraverso il quale si vietavano i colloqui visivi. «Ricordiamo – osservano nella lettera – le deprecabili forme di protesta violenta che, in quei giorni hanno avuto luogo all’interno di poche realtà penitenziarie, ( noi oggi ne parliamo e lo facciamo con una punta d’imbarazzo) auspicando di non subire un giudizio di categoria, ma invocando il criterio di soggettività delle responsabilità».

Spiegano che «la paura, talvolta, è la matrice di azioni irresponsabili». La paura di che cosa?

«Subdola – dicono i detenuti -, s’ingenerava dall’incertezza del futuro; da tutti gli interrogativi esistenziali ammantati di una circolarità incombente, per effetto della quale, era reale il rischio di sprofondare nel baratro». I detenuti sottolineano che, parlando di comunità carceraria, non fanno esclusivo riferimento alle persone detenute, ma riconoscono come comunità «tutti coloro che, con straordinaria professionalità, operano all’interno delle carceri: il personale di polizia penitenziaria, che al pari di ogni detenuto ha vissuto il dramma dell’emergenza e, per dovere istituzionale è rimasto sul campo di battaglia, lontano dai propri affetti e sottoponendosi a turni di servizio estenuanti per colmare le lacune di tutti colleghi che si sono ammalati di Covid». E non per ultimo «lo stesso personale sanitario, la cui presenza all’interno delle carceri può certamente definirsi provvidenziale».

Ed ecco che ricordano ciò che Il Dubbio rese noto. Ovvero quando la comunità carceraria di Tolmezzo è stata scossa non soltanto dalla paura che il peggio potesse accadere, in quanto, com’è noto nel mese di novembre 2020, è stata il teatro di uno dei più ampi focolai Covid sviluppatisi all’interno delle carceri con 170 detenuti su un totale di 185 affetti dal Covid, con due di loro che hanno pagato il prezzo estremo della vita e, circa 60 agenti penitenziari anch’essi affetti dal virus.

Scrivono i detenuti: «Scenario infernale!

Quindici mesi di pandemia, vissuti tra queste mura, senza avere la possibilità di coltivare i propri affetti, non potendo trovare la forza e la speranza in un abbraccio familiare, equivalgono certamente a un periodo di detenzione molto più lungo ed estenuante».

I detenuti fanno sapere che le comunità carcerarie, nella singolarità dell’esperienza hanno percepito «l’inasprimento della già conosciuta solitudine e distanza nella loro variante sincronica poiché, chi già era distante dalla propria casa è stato proiettato in uno spazio siderale». Ricordano che figli, genitori e affetti, sono stati esclusi dalla quotidianità e il ponte che «rappresentavano con le nostre vite di persone libere è drammaticamente crollato difronte all’impotenza generale».

I detenuti arrivano al punto: «Lo Stato che certamente, con la sua sapiente scienza ha saputo rimarginare le ferite del tessuto sociale, attraverso strategie di ristoro e ammortizzatori, non può dimenticare un’intera categoria che rimane fiduciosa di interventi analogamente efficienti». Spiegano che nelle mani della ministra Cartabia c’è «lo strumento che la straordinaria carta costituzionale vi ha consegnato che include l’atto d’indulgenza come manifestazione di quegli stessi valori intrinsecamente connaturati al diritto e alla giustizia».

I detenuti di Tolmezzo fanno dunque appello «al sicuro senso di umanità – scrivono – che contraddistingue le istituzioni preposte, affinché riconoscano le comunità carcerarie come parte integrante di un sistema democratico positivo e attuino in questo momento ‘ post bellico’, anche a queste comunità una forma di ristoro che, per le peculiarità dell’ambiente può materializzarsi attraverso un atto d’indulgenza, inteso non come atto di impunità ma, come atto di riconciliazione e unità, ‘ sinonimo di Libertà’».

Parole chiare quelle dei detenuti, ben consci che l’unica arma è quella della non violenza per far rispettare i propri diritti. Non una contrapposizione con le istituzioni, ma un dialogo attraverso “l’arma” del diritto e in maniera particolare della nostra costituzione italiana. La loro richiesta, sottolineano, altro non è che una celebrazione dell’immagine della ‘ libertà’, «rappresentata dagli antichi nella grazia delle sembianze femminili, e oggi, non a caso incarnata dalla ministra di Grazia e Giustizia» .

 

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