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Bortolato: «I magistrati condannano al carcere senza sapere cosa vuol dire vivere in una cella»

Il presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze invita a riprendere la lezione della scuola di magistratura francese che "spedisce" i futuri giudici in galera per una settimana
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Qualche giorno fa vi abbiamo raccontato che in Francia l’Ècole nationale de la magistrature prevede da anni degli stage penitenziari obbligatori per coloro che vogliono fare i magistrati al fine di misurare e superare lo scarto tra alcune idee preconcette e la realtà delle carceri. E in Italia è previsto tipo di alta formazione? Ne parliamo con il dottor Marcello Bortolato, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, e autore – insieme ad Edoardo Vigna – del libro “Vendetta pubblica. Il carcere in Italia” (Editori Laterza 2020, pag. 160, euro 14)

Presidente, come giudica questa iniziativa dei francesi?

La giudico molto positivamente. Il magistrato deve calarsi nella realtà in cui opera ed avere ben presente, soprattutto nel momento dell’apprendistato, che anche la funzione afflittiva della pena ha una sua legittimità solamente in una cornice di legalità e ragionevolezza.

Secondo Lei sarebbe utile da proporre anche in Italia?

Non solo sarebbe utile, ma è stato già fatto. Quando Presidente della Scuola Superiore della Magistratura era il professor Valerio Onida, i giovani magistrati in tirocinio erano tenuti a frequentare degli stage penitenziari addirittura per 15 giorni. Poi, per alcune ingiustificate polemiche che sono sorte anche all’interno della magistratura, non se ne è fatto più nulla perdendo, a mio avviso, un’occasione unica di crescita professionale ed esperienza umana. Non dimentichiamo che anche la Corte costituzionale, i massimi Giudici dello Stato, hanno fatto il loro viaggio nelle carceri due anni fa, come è noto.

Una giovane procuratrice francese ha detto in un podcast: “Ogni volta che chiediamo la reclusione per un imputato dobbiamo avere chiaro in mente il luogo dove vanno a finire i condannati, mentre vedo che il racconto sociale che si fa della prigione è del tutto distorto, si ha quasi l’impressione che si tratti di un villaggio turistico dove le persone dormono, mangiano e fanno sport”. Lei ha scritto un interessante libro per rispondere ai luoghi comuni dei cittadini sul carcere. Ma, invece, pensando ai magistrati italiani, esiste da parte loro la reale percezione della situazione carceraria italiana quando emettono una decisione?

Non si può certo generalizzare ma l’impressione che ho tratto dopo più di 30 anni di carriera (dei quali più della metà quale giudice della cognizione) è che molti magistrati del penale, ben più di quelli che si possa immaginare, non hanno mai fatto ingresso in un carcere se non nella piccola saletta ove si svolgono gli interrogatori con i detenuti. I cancelli raramente sono stati oltrepassati, anche solo per curiosità. Il problema della percezione è reale e purtroppo non riguarda solo la generalità dei cittadini ma anche gli ‘addetti ai lavori’. Nel libro che ho scritto il tema centrale è proprio quello dei luoghi comuni sul carcere, del racconto sociale deformato e falsificato che descrive una prigione da un lato a ‘cinque stelle’ dove non manca nulla e dall’altro un luogo in cui ‘far marcire la gente’: ora, in carcere o si sta bene o si sta male. È più che opportuno che i magistrati in tirocinio si rendano conto delle reali condizioni delle carceri italiane, anche dei loro aspetti positivi laddove esistenti, perché quello è il luogo ove le pene che infliggeranno saranno espiate. Non ci vedo alcun demagogismo o idealismo ma solo un bisogno di conoscenza che è la base di ogni professione del giudicare.

Forse conoscendo il carcere si eviterebbe l’abuso della carcerazione preventiva. Secondo Lei esiste questo problema? 

Non ho conoscenze sufficienti per esprimere un’opinione su questo perché, come è noto, la Magistratura di sorveglianza si occupa dei condannati definitivi, ma certo i dati degli imputati in carcere sono tra i più alti d’Europa. L’ultimo dato al 31 maggio 2021 è di 16.723 detenuti non definitivi, pari al 31,16 % del totale. Ma quello che qui mi interessa sottolineare è che, a proposito di percezione falsata, i carcerati italiani hanno in media pene più lunghe rispetto ai vicini europei: le condanne fra i 10 e i 20 anni riguardano il 17 per cento dei detenuti con condanna definitiva, sei punti in più della media dei Paesi europei, mentre quelli che hanno una pena fra i cinque e i dieci anni sono il 27 per cento, contro il 18 del resto del continente. Ciò significa che in Italia si rimane in carcere di più. Il che, tradotto nella realtà, significa che le pene sono più de-socializzanti che altrove, tendono cioè a creare più facilmente individui che, scontata la pena, fanno una fatica maggiore per ritrovare un posto nella società. Ecco è questo che i giovani magistrati dovrebbero conoscere andando in carcere, parlando con gli operatori penitenziari e con gli stessi detenuti.

In questo ultimo anno la magistratura di sorveglianza, quella che in realtà ha più conoscenza dell’esecuzione penale, ha subìto dei tentativi di commissariamento dalla politica. L’impressione è che la magistratura di sorveglianza sia una magistratura di serie B, che nel prendere le decisioni ha bisogno ad esempio dei pareri delle procure in particolari circostanze. Non sarebbe il caso di rivendicare con maggiore forza la vostra indipendenza e la vostra autonomia di giudizio?

Gli atti di sfiducia nei confronti della Magistratura di sorveglianza sono molteplici e si sono intensificati negli ultimi anni. Anche qui la percezione che si tratti di una magistratura diversa, marginale, o addirittura poco in sintonia con il sentire comune che vuole il carcere e non le misure alternative al centro del sistema, anche da parte di larghi settori della politica progressista, è alterata da scarsa conoscenza. Ma non voglio lamentarmi, non c’è bisogno di rivendicazioni, posto che ogni magistrato è soggetto solo alla legge e soprattutto alla Costituzione, dove si dice ben altro in tema di funzione della pena. Il modello attuale basato sulla riabilitazione ha certamente dei limiti, ma è il fondamento culturale dell’ordinamento penitenziario che nasce, ispirato dal principio costituzionale dell’art. 27, solo nel 1975, ben dopo 27 anni di vita della Carta. Lo scopo è quello di offrire al condannato il massimo di opportunità per riabilitarsi attraverso gli strumenti del trattamento: il lavoro, l’istruzione, la cultura, i rapporti con la famiglia. E su questo l’opera della Magistratura di sorveglianza, cui si aggiunge quella di tutelare i diritti dei ristretti, è il fondamento giuridico di quell’approccio. Anche per questo io credo che il tirocinio in carcere per i giovani magistrati debba diventare un obbligo.

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