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Quegli “stage carcerari” dei giovani magistrati: l’esempio arriva da Parigi

Sette giorni “in prigione” per capire il senso della pena
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Quanti francesi credono che, sotto sotto, in prigione non si stia così male e che la vita di un detenuto in fondo sia migliore di quella di un disoccupato?

Vent’anni fa erano appena il 18%, nel 2019 il 50%, oggi più della metà come rivela un sondaggio ipsos (il principale istituto statistico transalpino) su come il sistema carcerario viene percepito dall’opinione pubblica. Una deriva che, anche oltre la Alpi, è stata nutrita dai processi mediatici messi continuamente in scena sulle colonne dei giornali e sugli schermi televisivi. Che si tratti di un macabro fatto di cronaca o di un’accusa di corruzione nei confronti del politico di turno, la privazione della libertà è considerata una pena “dolce”.

«La gente invoca spesso punizioni esemplari per i criminali, ma in pochi sanno quanto sia orribile la vita in galera», racconta Valentine, giovane procuratrice tra i protagonisti de Le Systeme, una serie di toccanti podcast consacrati al carcere trasmessi online dal sito slate.fr. Per evitare che i futuri magistrati vengano influenzati dalla vox populi o siano del tutto sconnessi dalla realtà, l’Ècole nationale de la magistrature prevede degli stage penitenziari obbligatori. Il corso dura quasi tre anni ma per una settimana gli allievi vivono all’interno di una prigione assieme alle guardie carcerarie, un’immersione che lascia il segno nei futuri magistrati e che sgombra la mente da pregiudizi e stereotipi sulla “comodità” delle carceri.

«Vivere come un secondino per sette giorni e sette notti, dormire su una scomoda branda, consumare pasti immangiabili, osservare i detenuti ammassati nelle celle, passare il tempo negli spazi comuni è stata un’esperienza fondamentale, per poter capire il senso del mio mestiere. Ogni volta che chiediamo la reclusione per un imputato dobbiamo avere chiaro in mente il luogo dove vanno a finire i condannati, mentre vedo che il racconto sociale che si fa della prigione è del tutto distorto, si ha quasi l’impressione che si tratti di un villaggio turistico dove le persone dormono, mangiano e fanno sport», continua Valentine che, della sua esperienza, ricorda un aspetto che potrebbe erroneamente sembrare un dettaglio: «La cosa che mi ha colpito di più nella mio stage penitenziario è il rumore, onnipresente, continuo, alienante. In particolare il rumore metallico, quasi un clangore senza sosta di sbarre percosse, di porte che si aprono e chiudono, vivere anni in quel rumore sfibra lo spirito dei detenuti».

Un altra piccola, grande tortura è la luce che per 24 ore al giorno assedia i prigionieri. Come spiega Karim, un ex detenuto che ha deciso di collaborare alla serie di podcast del Systeme, «gli asciugamani sono un bene prezioso, l’unico oggetto autorizzato con cui tentiamo di tappare le finestre per non far penetrare la luce, avere qualche ora di buio è necessario per non diventare pazzi». Comprendere il significato e la portata delle proprie decisioni e uscire dalla torre d’avorio delle procure è un aspetto centrale del lavoro di magistrato e una condizione necessaria per avere, fuor di retorica, una giustizia né vendicativa, né accademica, ma “vicina alle persone”. E ogni allievo uscito dalla stage racconta quanto la sua visione dell’universo carcerario sia stata del tutto sconvolta. L’intreccio ferale tra isolamento e promiscuità, la violenza quotidiana, la solitudine e la rabbia, qualcosa che non puoi capire se non l’hai vissuta. E che, come spiega ancora Valentine, ti fa riflettere sul senso stesso della propria missione: «Qual è la giusta pena, quella che soddisfa la vittima, quella che soddisfa l’imputato o quella che fa brillare gli occhi ai tuoi superiori?»,

 

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