Il Dubbio di oggi

Il Dubbio del lunedì

Gli inquirenti non possono fare il processo da soli in mondovisione

L'Ucpi: la tragedia di Mottarone diventa un altro caso emblematico di come le distorsioni del processo mediatico nuocciano all’accertamento della verità, alla giustizia, ai cittadini e alle stesse vittime
Share on facebook
Share on twitter
Share on linkedin

Quella di Mottarone è una catastrofe immane. Nessuno può accettare che si possa morire così, non è giusto, non dà pace.
È giusto iniziare immediatamente la ricerca di un nesso causale e del responsabile e quando si muove la macchina della giustizia si ha la pretesa di seguirne i passi e anticiparne i tempi, per l’esigenza di placare angoscia, rabbia, dolore, paure.
Come si fa a mettere in discussione il diritto dei cittadini di essere informati su una tragedia come questa?
Mentre la domanda più diffusa su Google era: “come funzionano le funivie?” gli inquirenti, in sole 48 ore, hanno affermato pubblicamente di aver individuato e fermato i primi (ma non gli unici) responsabili della tragedia. Non solo: diffondono le loro dichiarazioni che portano a proclami di responsabilità in quanto “la cabina era a rischio. E lo sapevano”. Articoli di testate locali online vengono postati su Facebook con tanto di commento: “La svolta”: 8,8 mila visualizzazioni e 4568 condivisioni in poche ore.
C’è modo e modo di dare le notizie. Ma soprattutto ci sono circostanze che non devono essere diffuse, pena la commissione di un illecito penale.
Gli inquirenti non possono fare il processo da soli, in mondovisione, per direttissima, con le indagini ancora in corso. Non si possono pubblicare gli esiti degli interrogatori degli indagati.
Non ha senso ed è nocivo per l’accertamento della verità declamare i prossimi programmi investigativi, esprimere giudizi sulle condotte degli indagati, anticipare le ipotesi di reato contestabili e le richieste cautelari addirittura prima di celebrarne gli interrogatori, soprattutto quando la ricerca principale è quella di una prova scientifica, in mano a tecnici veri, chiamati a dare un contributo essenziale in Tribunale e non al bar.
Eppure, accade lo stesso a dispetto di direttive europee, circolari del Consiglio superiore della magistratura, codici deontologici, in un clima di odio diffuso alla velocità della luce che richiede risposte punitive immediate condite da tempestive reazioni.
Ed è così che se il Pubblico ministero riversa il materiale istruttorio nel fascicolo de Il Corriere della Sera e de “La Stampa” e decide di disporre il fermo dei primi indagati per chiederne la misura cautelare quando i presupposti per l’adozione di tali misure sono insussistenti agli occhi di qualsiasi studente di giurisprudenza, nessuno si adombra ed anzi scatta con ancora più violenza il linciaggio morale collegato alla pretesa “logica del profitto”. Gli inquirenti annunciano infatti alla stampa anche l’odioso movente senza operare alcun raffronto tra le dichiarazioni dei vari soggetti provvisoriamente coinvolti: “è stato subito evidente, chiaro, categorico che vi sia stata colpa dell’uomo a causa della sua avidità”.
“Le tre persone arrestate nella notte per il disastro alla funivia del Mottarone, infatti, hanno ammesso le responsabilità loro contestate”, come ha spiegato il comandante provinciale dei Carabinieri di Verbania, tenente colonnello Alberto Cicognani. “Il freno non è stato attivato volontariamente? Sì, sì, lo hanno ammesso”. “C’erano malfunzionamenti nella funivia, – ha spiegato l’ufficiale – è stata chiamata la manutenzione, che non ha risolto il problema, o lo ha risolto solo in parte. Per evitare ulteriori interruzioni del servizio, hanno scelto di lasciare la “forchetta”, che impedisce al freno d’emergenza di entrare in funzione”.
Lo show continua: il titolare delle indagini viene presentato dalla stampa come un eroe infallibile che, indomito, si batte per ottenere giustizia e si ripercorrono i passi salienti della sua carriera.
Gli indagati sono tutti consapevoli e quindi colpevoli, criminali, mostri, avidi, con buona pace dei principi che informano il nostro sistema penale, ma anche i codici deontologici di ogni soggetto protagonista delle numerose e continue esternazioni e pubblicazioni.
E finisce che il “clamore mediatico” assurge a presupposto per la privazione della libertà personale.
Strano paese l’Italia.
Un paese in cui il recente recepimento di una direttiva europea – quella in tema di presunzione d’innocenza – viene salutata urbi et orbi come un ulteriore, importante, puntello nell’architettura di fondamentali principi di civiltà giuridica, per essere un attimo dopo messa da parte come un fastidioso orpello.
Alla prima prova sul campo abbiamo assistito nuovamente – e se possibile con forza ancora maggiore – al solito canovaccio: la telecronaca – minuto per minuto – dello sviluppo delle indagini con rivelazione di segreti istruttori, in un clima di progressiva ingravescenza delle “contestazioni”, il linciaggio mediatico e la folla plaudente per l’individuazione dei responsabili, da mettere subito in galera.
Invece no!
Oggi due dei tre indagati sono stati scarcerati dal giudice per le indagini preliminari. Ed infatti si apprende che non è vero che tutti e tre gli indagati abbiano ammesso le proprie responsabilità e che, anzi, agli atti vi sono elementi di tutt’altro segno.
Ecco che la tragedia di Mottarone, da occasione per correggere il tiro, diventa un altro caso emblematico di come le distorsioni del processo mediatico nuocciano all’accertamento della verità, alla giustizia, ai cittadini e alle stesse vittime.
Vediamo per una volta di far si che quel soggetto terzo di cui tutti si sono dimenticati, il giudice, non diventi per l’opinione pubblica un “morbido lassista del cazzo”, come si legge in qualche post su Facebook che meriterebbe anch’esso un’iniziativa onde far comprendere a certe persone che c’è un limite a tutto. Il processo mediatico non è e non deve prevalere sul processo vero.
Qualcuno deve destarsi e prendere provvedimenti perché domani, potrebbe capitare a chiunque di noi di finire nel tritacarne. Noi, naturalmente, speriamo mai.
Perché per lui, come per chiunque altro, sarebbe troppo tardi per invocare garanzie e principi di salvaguardia.
Non gli resterebbe che affidarsi al televoto.
Con questi auspici l’Osservatorio Informazione Giudiziaria, ancora una volta, censura le modalità di diffusione e di comunicazione di notizie espressione di un’ottica inquisitoria ormai superata da anni ed auspica che -in ossequio alle direttive europee- il Parlamento possa finalmente intervenire per fissare una volta per tutte delle regole a tutela delle indagini oltre che di coloro che vi sono sottoposti.

L’Osservatorio UCPI sull’informazione giudiziaria

Ultime News

Articoli Correlati