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«Ergastolo ostativo uguale tortura». Woodcock si conferma garantista vero

Il pm napoletano torna a sorprendere tutti con un articolo sull'ergastolo ostativo in cui dice che gli «sembra discutibile, se non singolare, che debba continuare ad applicarsi, almeno per un anno, una norma dichiarata incostituzionale»
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Abbiamo vissuto anni di tempeste giustizialiste che, come cicloni, hanno travolto le vite di tanti cittadini. Da qualche tempo si sta affacciando timidamente una leggera brezza garantista, alimentata anche da chi fino a ieri aveva posizioni rigide e di tutt’altra natura. Uno di questi è Henry John Woodcock, pm napoletano noto alle cronache per inchieste in alcuni casi temerarie. Dopo il suo intervento di oltre un mese fa, sul Fatto quotidiano, a favore della separazione delle carriere, il magistrato ci ha di nuovo piacevolmente stupito a proposito dell’ergastolo ostativo.

In un articolo del 26 maggio scorso su “Questione giustizia” (la rivista online di Md) riproposto ieri sul “Corriere del Mezzogiorno”, Woodcock scrive che “la disciplina dell’ergastolo ostativo di cui all’art. 4- bis dell’ordinamento penitenziario mi ha lasciato da sempre non poco perplesso”. E sulla campagna mediatica che vorrebbe far passare l’ergastolo ostativo come una personale “creatura” di Giovanni Falcone, il pm chiarisce: “Ho solo avuto – per ragioni anagrafiche – la possibilità di ascoltare e di leggere nei media alcuni interventi di Giovanni Falcone, acuto e tenace investigatore, unico e moderno, e mi è parso in tutta franchezza culturalmente e ideologicamente lontano da alcune delle più che rispettabili posizioni che capita in questi giorni di leggere sui giornali”.

Il magistrato si dice “convinto che l’aspetto più odioso della disciplina ostativa dell’ordinamento penitenziario è proprio quello di aver subordinato la concessione di benefici (e il venir meno della presunzione assoluta di pericolosità) alla collaborazione, e quindi a una condotta delatoria del detenuto. Ciò che giustifica pienamente il sospetto che si tratti in realtà di un regime che vuole punire chi non ‘ si pente’ o, peggio ancora, di una sorta di tortura intesa a favorire la “collaborazione”, e ciò perché per “pentimento” nella nostra prassi giudiziaria non si intende affatto quel travaglio morale che porta a una revisione critica del proprio passato e di conseguenza a un autentico ravvedimento con la conseguente decisione di cambiare vita. No, significa solo confessione e, soprattutto, delazione. Insomma, proprio la finalità tipica che si propone la tortura”.

Woodcock è critico anche con la motivazione della Consulta che ha dato un anno di tempo al Parlamento per intervenire sul 4 bis. “In primo luogo, mi sembra infatti discutibile, se non singolare, che debba continuare ad applicarsi, almeno per un anno, una norma dichiarata incostituzionale”. E ancora, per il pm, con il richiesto accertamento delle “specifiche ragioni della mancata collaborazione”, potrebbe “risultare ribadito il discutibile rapporto di scambio tra la concessione di benefici e la ‘ scelta’ di delazione imposta al detenuto ergastolano”. Una posizione che condividiamo in pieno per evitare che l’ergastolo ostativo, ricordando un bellissimo libro dell’ex giudice Elvio Fassone, possa trasformarsi in “Fine pena: ora”.

 

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