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Recovery, Draghi accentra la regia del Pnrr con l’ok dei partiti

Arriva la governance per i fondi Ue. Tra segreteria tecnica, unità per la realizzazione, tavolo con le parti sociali, servizio centrale e un solo protagonista: il premier
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Il modello di governance del Pnrr delineato dal decreto del governo è complesso e strutturato. Prevede diverse strutture, ciascuna con proprie specifiche funzioni: la cabina di regia, la segreteria tecnica, l’unità per la razionalizzazione, il tavolo permanente con le parti sociali, il servizio centrale per il Pnrr istituito presso il ministero delle Finanze con funzioni di monitoraggio. Prevede diversi canali di comunicazione con il Parlamento, grazie a report fissi semestrali, con il governo, con informative periodiche ma non rigidamente calendarizzate, con le amministrazioni locali. Questa poderosa macchina, che prevede anche alcune centinaia di assunzioni di personale qualificato, si può però descrivere anche in modo molto semplificato. È tutto, proprio tutto, in mano a Mario Draghi.

La cabina di comando unica è la cabina di regia. Le altre strutture hanno essenzialmente il compito di coadiuvarla nei vari compiti nei quali si articola il piano. La cabina però è a geometria variabile: ne fanno parte di volta in volta i ministri e i sottosegretari alla presidenza del consiglio direttamente interessati al progetto in questione ma la sola presenza fissa è quella del premier, il quale peraltro decide se e quando commissariare gli enti locali inadempienti o in ritardo. Il decreto chiarisce che la struttura resterà operativa anche in caso di cambio di governo, fino al 2026. Almeno nella prima e decisiva fase, nei primi due anni almeno, però pare improbabile che una figura tanto centrale quanto l’attuale premier possa passare la mano ed essere sostituito. Nessuno ha posto problemi su questa parte del dl, a differenza di quanto si è verificato sulle semplificazioni. La norma che prevedeva il massimo ribasso come criterio per l’assegnazione degli appalti è stata accantonata a furor di maggioranza (Lega inclusa) e di sindacato. La liberalizzazione totale dei subappalti è stata oggetto di un vero braccio di ferro, che si è concluso con un tetto dei subappalti al 50 per cento. Sulla governance gli abbondanti mugugni di corridoio non sono mai approdati neppure al semplice livello di una dichiarazione pubblica. E tuttavia è opportuno ricordare che proprio sull’eccessiva centralizzazione della governance erano partite le ostilità che hanno portato infine alla caduta del governo Conte. È vero che ufficialmente ad aprire il fuoco era stata solo Iv, ma non era un mistero per nessuno che il Pd e persino gli stessi 5S condividessero quelle critiche.

In parte il silenzio attuale, opposto ai malumori che si appuntavano su Conte è dovuto al fatto che la gestione assolutamente accentratrice del premier era palese e ovvia, quasi senza neppure bisogno di parlarne, sin dall’inizio. Faceva parte delle regole di ingaggio della nuova maggioranza. Ma in parte la centralizzazione al massimo livello fa parte della natura inedita e paradossale di questo governo, che non è un governo commissariale come quello di Monti, composto tutto da tecnici e incaricato di portare a termine una missione di fatto svincolata dal controllo politico ma specifica e di breve durata. In questo caso il commissariamento è limitato a due aree specifiche, e in particolare al Pnrr: dunquel’esecutivo è come un incrocio improbabile tra un governo composto da politici, che dovrebbe occuparsi di tutto quel che non è Pnrr, e un governo commissariale nelle scelte del quale la politica ha sì voce in capitolo, come la vicenda degli appalti dimostra, ma come componente della società, alla pari delle “parti sociali” e in realtà anche di meno, non come guida del Paese.

Sarebbe già un paradosso, moltiplicato ulteriormente da due elementi: la natura composita e conflittuale della maggioranza che paralizza ogni iniziativa al di fuori del Pnrr e il ruolo dominante che il Piano riveste nella politica non dei prossimi mesi ma dei prossimi anni. Il risultato è un quadro ambiguo che finisce per delineare un quadro confuso nel quale un commissariamento di fatto completo appare invece come una formula ibrida tra governo politico e gestione commissariale. Il rischio era evidente sin dall’inizio. Il primo passo della lunga marcia del Pnrr dimostra quanto concreto quel rischio sia. Ma in questo caso l’ambiguità è l’elemento più pericoloso. Un sistema può reggere un commissariamento per una fase,in questo caso molto più lunga di quella che affrontò Monti. Ma solo a patto che tutto venga esplicitato e si giochi a carte scoperte.

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