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Licenziamenti e Sostegni: vacilla la fede dem in Draghi

Tra le due anime della maggioranza oggi è quella spostata a sinistra a trovarsi meno in sintonia con la linea del presidente del Consiglio
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Da una parte il blocco dei licenziamenti, dall’altro una protesta che monta sul dl Semplificazioni. Tra le due anime della maggioranza oggi è quella spostata a sinistra che si trova meno in sintonia con il governo Draghi. Situazione scomoda, dal memento che la strategia di Letta, a breve ma anche a medio termine, poggia proprio sul dimostrare che il vero partito omogeneo a Draghi e cardine della coalizione è il suo. La situazione, in realtà, è più complessa di quanto non sembri a prima vista.

Sul fronte del dl Sostegni, cioè sul blocco dei licenziamenti, c’è stata in effetti una tensione palpabile tra il premier e il ministro del Lavoro, i toni si sono alzati sino alla minaccia di dimissioni del ministro. La soluzione trovata però non è affatto una supina accettazione del diktat di Confindustria e palazzo Chigi si è peritato ieri mattina di chiarire che se in effetti le aziende potranno licenziare dal primo luglio, è anche vero che se lo faranno perderanno l’accesso alla cassa integrazione. Come dire che si può licenziare, però non conviene.Lo scontro, inoltre, non è affatto solo con il Pd, l’M5S e LeU. Ieri le richieste di prorogare il blocco sino a ottobre per tutti si sono moltiplicate partendo da ogni fonte e soprattutto si è spostata su quella posizione anche la Lega, consapevole di quanto il tema sia avvertito anche dalla propria base elettorale. Se poi i partiti avranno il coraggio di andare fino in fondo, votando l’emendamento che presenterà LeU al momento di convertire il dl non si sa e non è facile. Tuttavia la scelta finale sarà del Parlamento.

Le cose stanno diversamente per quanto riguarda l’altro fronte, quello delle semplificazioni, cioè della deregulation. Qui la divisione della maggioranza è reale, con la Lega schierata a favore della piena regolamentazione, come le forze “centriste”, della maggioranza e un Pd lacerato. Metà del partito, in nome della ripresa, chiede a gran voce di sostenere la deregulation, inclusa la norma sul massimo ribasso che scatena le ire della Cgil, mentre l’altra metà, soprattutto quella più schierata su posizioni “legaliste” insiste per mantenere più o meno inalterati vincoli e controlli. Al centro, a Roma, la seconda posizione è probabilmente più forte ma la prima domina nelle regioni e nei territori, soprattutto nelle roccaforti emiliana e toscana. I 5S non sono in condizioni molto diverse. Di Maio, arrampicandosi un bel po’ sugli specchi e naturalmente recitando il mantra sul prioritario “rispetto della legalità” ha di fatto aperto le porte alla deregulation. I parlamentari, soprattutto alla Camera, promettono invece di battersi strenuamente soprattutto contro il massimo ribasso.Alla fine il decreto sarà cambiato. La liberalizzazione totale dei subappalti sarà sostituita con la conferma della soglia del 40 per cento, la formula del massimo ribasso sarà sostituita con quella, affine ma non identica della massima convenienza. In parte si tratterà di modifiche reali, in parte di giochi di parole.

Ma la vicenda di questi giorni è destinata a modificare radicalmente la geografia politica della maggioranza, almeno per come se la erano immaginata i partiti della stessa. Il percorso del Pnrr sarà a geometrie variabili. Nessun partito potrà rivendicare il proprio marchio impresso sul governo Draghi. Capiterà, e anzi sta già capitando, che le stesse forze impegnate a mitragliarsi vicendevolmente ogni giorno finiscano per contrapporsi tutte insieme a singole decisioni del governo.A Draghi spetterà il compito di mediare e quasi sempre dovrà farlo, con questo o con quel partito e a volte, come sui licenziamenti, con tutti o quasi.

Ma la situazione così frammentata, se da un lato crea delle inevitabili difficoltà, dall’altro colloca lo stesso Draghi in una postazione ancor più centrale e decisionale. Se si considera che di qui a un paio di giorni il cdm varerà un decreto sula governance che il fatto già assegna alla presidenza del consiglio un controllo quasi totale sul Piano, la conclusione è evidente. A gestire la porssima fase non sarà una maggioranza: sarà il premier coadiuvato dai suoi più stretti collaboratori. Ma a partire da un simile ruolo molto più che eminente, la prospettiva di un passaggio al Quirinale tra pochi mesi diventa quasi irrealizzabile. Con il timone solo nelle sue mani, Draghi dovrà restare a palazzo Chigi.

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